Un Po di Storia

patrizio

Utente
Nel 1929 crolla la borsa di Wall Street con effetti destabilizzanti su tutta l’economia mondiale. Anche in Italia arriva la crisi e colpisce soprattutto i settori legati alle esportazioni.
La crisi colpì tutta l’ippica europea con forti cali delle scommesse: la principale fonte d’entrata per le società che gestivano le corse. Con la riduzione delle scommesse diminuiscono anche i premi distribuiti.
Se nel 1929 i premi ammontavano complessivamente ad oltre 30 milioni. nel 1931 si scende a 24 e nel 1934 solamente a 19 milioni.
Al contrario gli ippodromi continuarono ad essere strapieni di pubblico.
Ancora nel 1931 il rischio che l’intero comparto colasse a picco sotto i colpi della recessione era forte: bisognava evitare la bancarotta.


INTERVISTA DOMENICO MORI
Agli inizi degli anni trenta è Milano la capitale dell’ippica italiana. Nel 1919 la “Società Lombarda” si trasforma nella Sire, Società d’incoraggiamento delle razze equine, che nel 1932 raggiunge le cento giornate di corse al galoppo con 12 milioni di premi.
Sempre nel 1932, su richiesta di molti proprietari, veniva ripristinato il sovraccarico di due chilogrammi per i cavalli stranieri nelle principali corse al galoppo.
E per fronteggiare la recessione, nell’aprile dello stesso anno, Tesio fa entrare nella sua azienda il marchese Mario Incisa della Rocchetta, cedendogli il 50% delle attività per la bella somma di 4 milioni.
E’ questa la cornice in cui viene fondata, nel 1932, dell’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine. L’Unire, costituito presso il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste in collaborazione con i competenti organi del Ministero della Guerra, è un ente morale con il compito di “uniformare tutte le manifestazioni ippiche del Regno traverso le grandi società ippiche: Jockey Club, Società degli Steple-Chases, Unione Ippica Italiana al trotto e Società per il cavallo italiano da sella”. Fin dalla sua nascita all’Unire non mancano le polemiche. Sono principalmente le quattro federazioni a scalpitare per paura di perdere la loro autonomia e identità. Il decreto 24 maggio 1932, n. 624, che istituisce l’Unire, non fa cessare però i contrasti.


Tra il 1932 e il 1933 le principali società di corse mutano la ragione sociale: da società anonime fondiarie si trasformarono in società anonime industriali, favorendo la loro ripresa finanziaria.
Gli anni trenta si caratterizzano per l’ascesa dell’ippica come fenomeno mondano. Ai primi di maggio, al Derby delle Capannelle, fiumi di spettatori, dove si potevano vedere il re, i principi della casa reale, i personaggi più in vista dello Stato, della diplomazia, delle forze armate, e del partito fascista.
Nel 1935 nasce il Gran Premio di Merano, la “madre” di tutte le corse dell’ostacolista italiano.
Un cambiamento più profondo arriva nel 1936, con la modifica delle denominazioni delle quattro federazioni in: Ente Nazionale per le Corse in piano, Ente nazionale per le Corse con ostacoli, Ente nazionale per le Corse al trotto, Ente nazionale per il Cavallo italiano. Le federazioni sono poste sotto la vigilanza del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste “che la esplica a mezzo dell’Unire”. L’anno seguente la Società del Cavallo italiano viene staccata dall’Unire e posta alle dipendenze dirette del Coni.


La nascita dell’Unire e le successive modifiche, riuscirono però a risanare la grave crisi in atto, che si accentuò nella seconda metà del decennio, facendo registrare una produzione di cavalli insufficiente rispetto alla moltiplicazione degli ippodromi e delle gare.
Nel 1936 la media delle nascite è scesa a poco più di 200 esemplari: restano sulla breccia meno di 700 cavalli per contendersi oltre 1.500 corse.
La medicina per curare il settore è molto amara: prendere all’estero quanto manca da noi. Ma la necessità di importare cavalli da corsa va a scontrarsi con la nuova politica autarchica sancita dal fascismo dopo la conquista dell’Etiopia e il varo delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni. Un’ondata di esasperato nazionalismo che ha i suoi effetti anche sul vocabolario dell’ippico. Abolita la terminologia inglese, prevalente fino ad allora, il driver diventa guidatore; l’outsider, sorpresa o inatteso; il sulky deve essere sempre sostituito da sediolo; il turf è il terreno di corse e lo starter, mossiere.
Il Duce vuole l’italianità anche nei nomi dei cavalli: e il saltatore irlandese di Tonino Gutierez, Frotblower passerà alla storia come Osoppo. Un cambio disorienterà l’animale che nell’edizione nel ’38, con un salto di due metri e 44 centimetri si aggiudicherà un primato di elevazione ancora imbattuto.
Nonostante l’autarchia continuò l’importazione di cavalli dagli Stati Uniti.



I risultati sportivi di degli anni trenta sono importanti, qualcuno li definisce il periodo d’oro dell’ippica italiana. Nel galoppo emerse una generazione insuperata di fuoriclasse. Mai nella storia dell’ippica italiana si ebbero nel giro di pochi anni cavalli del calibro di Bogara, Crapom, Navarro, Archidamia, Donatello II, Nearco, Bellini, per dire solo dei maggiori.
Dal trotto emergono i colori della scuderia Mangelli che mietono successi sulle piste di tutta Europa. In quel periodo ben sette edizioni del Prix d’Amèrique furono vinte da cavalli appartenenti a scuderie italiane, e il Prix fu definito dagli stessi francesi “Premio degli italiani”.
I campioni dell’ippica al pari della nazionale di Piola e Meazza nel calcio, di Binda nel ciclismo, di Nuvolari nell’automobilismo, di Carnera nel pugilato. In quel decennio lo sport diventa in Italia un importante strumento di esaltazine del nazionalismo tra le masse.


Il primo cavallo- eroe nazionale è Nearco.
Nel 1937, quando a due anni vinse tutte le sette gare a cui partecipò.
A tre anni replicò il record di vittorie.
Il 26 giugno 1938, dopo aver battuto nell’ultima corsa i vincitori del Derby francese e inglese, fu venduto come stallone per 2 milioni –ironia della sorte- a un sindacato inglese!.
Lo scenario dell’ippica cambia bruscamente alla vigilia dell’entrata in guerra con il divieto dell’esodo di valuta e il mancato arrivo di purosangue dall’estero.

Gli anni quaranta: ARCHIVIO GUERRA
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra dell’Italia, ma le attività sportive non furono bloccate e gli sport ippici mantengono il calendario nazionale, tuttalpiù vennero introdotte coltivazioni al centro di alcuni ippodromi -a mo’ di orto di guerra- come testimoniano queste balle sul circuito di Arcoveggio a Bologna.
Per tutto il 1941 il variegato mondo dei cavalli non sembrò scosso dal tragico destino che incombeva sul mondo.
All’inizio degli anni quaranta scompare dalla scena ippica una gloriosa scuderia guidata da un personaggio straordinario. Luchino Visconti, che dal 1936, dopo un incontro a Parigi con Renoir si è dedicato completamente alla regia cinematografica. La sua gloriosa scuderia vince ancora 4 gare nel 1942 con una cavalla dal nome volutamente provocatorio, Coca-Cola.


Il 1942 si è aperto con una grande novità per il futuro dell’Unire: con legge del 24 marzo viene stabilito che “la facoltà di esercitare totalizzatori e scommesse al libro per le corse dei cavalli, tanto sugli ippodromi quanto fuori di essi”, è esclusivamente riservata all’Ente.
Ma il 1942 è anche l’anno dei riflessi sull’ippica della campagna antisemita voluta dal fascismo.
Un comunicato del 26 settembre 1942 stabiliva che, in seguito a disposizioni emanate dall’Unire, “gli appartenenti alla razza ebraica erano esclusi dal partecipare alle corse”.
Nell’ottobre del 42, in piena guerra, il Duce decide, di sospendere da quel momento ogni tipo di gara. E non serve nulla un incontro di Tesio e Mangelli, in rappresentanza degli allevatori italiani, e Mussolini.
Governo e Unire non hanno i mezzi per affrontare l’emergenza di cavalli che morivano letteralmente di fame.

Un accordo con i tedeschi vide il passaggio aldilà del Brennero dei migliori prodotti dell’allevamento italiano, in cambio di biada, fieno e paglia e la promessa che il personale di scuderia non fosse arruolato nell’esercito o mandato in Germania.
Le corse riprendono -in mezzo a bombardamenti, strade dissestate, distruzione di ponti- tra il ‘43 e il ‘45 corse con una certa regolarità solo a Milano e Varese e, con diverse pause, a Torino.
Varese divenne anche, dopo l’8 settembre, la sede provvisoria dei principali enti e società italiane tra cui lo stesso Unire.

Il 1945 segnò l’anno della ripresa anche per l’ippica. In tutta Italia la stagione iniziò il 13 maggio. Vi furono anche dei momenti di partecipazione emotiva che andarono al di là degli appassionati. Appena possibile l’Unire e le altre grandi società tornarono alle loro sedi origine.
Nel dopoguerra prende vita un’idea nata nel 1944, nel buio del campo di concentramento di Point de la Morge nel cantone Vallese, in Svizzera.
Massimo Della Pergola è un internato. In quei giorni, il giornalista ebreo, pensa ad un concorso a pronostici basato sui risultati del calcio, attraverso i simboli 1-X-2.


Dopo la guerra, 3 settembre 1945 Della Pergola fonda con Geo Molo e Fabio Jegher, la SISAL, acronimo imperfetto di Sport Italia Società a Responsabilità Limitata. Il 13 ottobre 1945, parte il concorso, con un successo senza precedenti. Dopo 94 settimane il Coni lo espropria nazionalizzandolo. Della Pergola non si arrende, Molo e Jegher sono amanti dei cavalli: nasce il Totip, concorso pronostici sulle corse dei cavalli, il totocalcio dell’ippica.

In quegli anni comincia a brillare la stella di Mistero, della scuderia Mangelli, vincitore nel ‘46 del prestigioso Prix d’ Amerique. La fortuna di Mistero è dovuta anche a due allenatori tra i migliori mai conosciuti in Italia: Ugo Bottoni e Romolo Ossani.
L’ippica nel frattempo beneficia di una disposizione dell’allora ministro delle finanze Scoccimarro, che abbassa dal 43 al 18 per cento la quota di prelievo dello Stato sulle scommesse.
I premi erogati dall’Unire nel trotto passano dai centocinquantamilioni del ’45 ai 297 milioni del 1946.
Nel 1947 esplode nel galoppo Tenerani, un cavallo della Dormello-Olgiata, che darà il meglio di se nella riproduzione: da lui proviene nientemeno che Ribot.
Nel 1950 gli ippodromi in attività erano 41: 17 al nord, 13 al centro e 11 al sud. L’impianto più prestigioso rimaneva San Siro.


Gli anni cinquanta e sessanta
Risale ai primi tempi dell’era della televisione e, per gli italiani, ai primi tenui segnali di un più sereno clima di vita, l’inizio di Lascia o Raddoppia la trasmissione condotta da Mike Buongiorno che in brevissimo tempo fa diventare i suoi concorrenti, eroi e protagonisti del costume nazionale, tanto che nel 1956 gli dedicò un film interpretato da Totò. La trama è nota. Un’anziana stravagante nobiluomo, il duca Gagliardo della Forcoletta decide di partecipare al programma di Buongiorno nella certezza di portare a casa 5 milioni grazie alla sua sterminata conoscenza dell’ippica.
A spingere la passione soprattutto tra la metà degli anni 50 e gli inizi del decennio successivo, erano state le imprese dei fuoriclasse degli allevamenti italiani.

Le antiche e prestigiose corse della tradizione italiana, a cui si aggiunsero nel ‘50 numerose altre manifestazioni, videro emergere alcuni interessanti campioni. Sfavillante avventura di Ribot. Nato nel ‘52 da Tenerani e Romanella, il purosangue allevato da Tesio e appartenente alla scuderia Dormello Olgiata si impose come il più forte cavallo da corsa del mondo. Una potenza che gli consentirà di terminare imbattuto la carriera agonistica.
ecco apparire Ribot. Ovvero, molto semplicemente, quello che in tutto il mondo è considerato il migliore cavallo da corsa che sia mai nato. Su di lui, si sa tutto; sul suo carattere difficile, che solo la vicinanza del collega Magistris riusciva a placare; sulla sua eccezionale infilata di vittorie, che lo portarono in razza con l’aureola non di “imbattuto”, ma di “imbattibile”. Ribot è stato un eroe nazionalpopolare, dopo le macerie materiali e morali della guerra


Per la prima volta in Italia il tifo degli ippodromi, assumendo caratteri del tutto simili a quelli degli stadi o delle strade del ciclismo, andava oltre lo steccato dei tradizionali e competenti appassionati. Nel 1961 Molvedo, un figlio della prima annata di riproduzione dell’eroe dell’Arc de Triomphe, e di Maggiolina rinnovò, i fasti paterni in Francia tra l’entusiasmo degli sportivi italiani e i titoli cubitali dei giornali. A spingere gli italiani nei 28 ippodromi in attività contribuì non poco la televisione***. Il pomeriggio sportivo della domenica portò le telecamere anche negli ippodromi: le Capanelle e Longchamp divennero familiari ai telespettatori. Accanto agli assi del galoppo, un posto speciale lo conquistarono i grandi trottatori e i loro driver, primi tra tutti Tornese e Sergio Brighenti. Il possente cavallo italiano ebbe una lunga e fortunata carriera, che si concluse nel 1962 con un bilancio eccezionale: 130 vittorie su 221 gare disputate. Alla sua popolarità concorse la rivalità con un altro esemplare italiano, Crevalcore, protagonista nel 1960 dell’ufficioso campionato del mondo di New York. Gli anni cinquanta, del resto, si erano aperti con due trottatori diversissimi tra loro: il piccolo e veloce Ticino e il possente Altissimo. Nel 1951, anno in cui venne disputato per la prima volta il Lotteria di Agnano, avevano corso negli ippodromi italiani 1.799 trottatori in 3.772 gare. Minor popolarità tocco alla terza specialità degli ippodromi, la corsa ad ostacoli. Lo stesso Gran Premio di Merano, maggiore corsa italiana della specialità, ha visto spessissimo ai nastri di partenza cavalli importati, sebbene sia stato un purosangue italiano, Cogne, il primo a vincere, nel 1967 e nel 1969, per due anni, l’ambito trofeo. La stagione della grande popolarità in Tv degli ippodromi comincia proprio in quegli anni a scemare. L’espansione del calcio e l’ampliamento degli sport televisivi vano a penalizzare proprio l’ippica. Per sua fortuna il mondo del cavallo può contare su una formidabile carta a suo favore, quella delle scommesse. La legge del ’42, confermata nei sui tratti sostanziali nel 1947, assicurò un costante flusso di denaro a favore dell’intero settore, soprattutto grazie alle modifiche apportate nel 1958, che destinava una parte non più residuale dei proventi dell’Unire all’allevamento.


Per la corsa Tris, invece, l’idea viene mutuata dai francesi. Il merito della felice importazione va diviso tra Guido Berardelli e Alberto Giubilo, geniali nel pensare di proporre una trasposizione italiana del Tièrce francese. La prima Tris si disputò alle Capannelle, il 20 febbraio 1958. Essendo a cadenza settimanale, le prime 108 Tris si sono disputate in sole 5 città: Roma, Milano, Firenze, Napoli, Bologna.
Nel 1947 l’importo dei diritti erariali era stato di 508 miliardi, con un abbuono a favore dell’Unire del quaranta per cento. Cifra considerata, al netto dell’inflazione, destinata nel giro di un ventennio a quadruplicarsi, grazie all’incremento, varato nel ’55, del bonus fiscale al sessanta per cento. Nel 1969 gli italiani lasciarono ai botteghini delle sale da corse degli ippodromi e delle agenzie ippiche 120 miliardi una cifra ragguardevole se si pensa che il totocalcio incassò poco più di 81 miliardi.
All’espansione delle scommesse, non corrispose però un analogo sviluppo delle presenze negli ippodromi, tutto sommato pochi, e soprattutto scomodi. Di questo gli stessi dirigenti dell’Unire erano consapevoli, tanto da far chiedere loro, nel corso di un convegno del 1970, nuove risorse, oltre che per l’allevamento, per il rinnovo degli impianti.


Gli anni settanta
Il 30 aprile 1972 moriva Ribot. Aveva vent’anni e da 12 pascolava presso la Derby Dan Farm, in Kentucky, affittato per la riproduzione dal magnate americano Galbreath. Sempre nel 1972 chiudeva i battenti la Razza del Soldo, la blasonata scuderia, sulla breccia da oltre 8 lustri, di Mario e Vittorio Crespi: i proprietari del cotonificio Nembo e del Corriere della Sera, oltre che dell’omonima azienda elettrica. Più o meno nello stesso periodo la Dormello-Olgiata, straordinaria fucina di campioni dovette assoggettarsi a un compromesso obbligato. Cioè accettare una specie di Joint Venture col potente Al Maktoum, al quale vennero concesse delle fattrici dormelliane, coperte dal più affermato dei razzatori, Reference Point, in cambio di alcune monte da parte di prima serie dello sceicco del Dubai. Il disagio da tempo latente deflagrerà al cospetto dei profondi mutamente politici e sociali. Non è un caso che nel 1971, in pieno femminismo, venga rilasciata la prima patente di fantino professionista a una donna: Tiziana Sozzi. Il 27 agosto 1970, per fronteggiare la crisi economica del Paese, il governo Colombo, con Luigi Preti alle Finanze, varava un decreto fiscale che risparmiando la schedina del Totocalcio, colpiva duramente l’ippica, con una iperbolica addizionale erariale del 17 per cento sulle scommesse, solo successivamente ridotta a un sempre pesante 7 per cento. Non si possono rimuovere i diversi gravi episodi, direttamente riconducibili al torbido Milieu criminale sviluppatosi intorno agli ippodromi, verificatisi in quel periodo. dai rapimenti del trottatore Wayne eden, a Montecatini (1975) e di Carnauba, galoppatrice rilasciata nel gennaio 1976 in un cascinale vicino a Paderno Dugnano, a quello avvenuto il 16 novembre 1978, di Maria Sacco, amazzone di Notre Dame des Epines, una scuderia proprietà di un religioso che devolveva i premi vinti in opere di beneficenza. Dalla tragica uccisione dell’avvocato Vittorio Di Capua, della Trenno, il cui corpo venne rinvenuto nel novembre 1977 sul fondo del lago d’Iseo, alle violenze che l’11 giugno 1978 un gruppo di clandestini perpetrò a Milano, ai danni di Gianfranco Dettori, fino agli intrecci tra Brigatisti Rossi e delinquenti comuni, che negli anni di piombo colpirono, taglieggiandole, le agenzie ippiche. Ma al di là di questi episodi, quale era la situazione dell’ippica italiana. Un’indagine di mercato del 1970 indicava nel 5 per cento gli italiani interessati all’ippica. Il parco nazionale equino si aggirava sui dodici-quindicimila esemplari e gli addetti ammontavano a trenta mila lavoratori. La televisione pubblica riformata nel 1975 snobbava la corsa Tris e gli eventi ippici in genere, nonostante gli sforzi di un professionista come Alberto Giubilo (Solo negli anni 80, con la nascita del pool sportivo Rai si è avuta una pianificazione annuale, con una ventina di eventi ippici in diretta, la diffusione della Tris e servizi nei principali rotocalchi sportivi.

Nell’85 nasce invece il primo canale monotematico riservato alle corse dei cavalli, col sindacato delle agenzie ippiche che dà vita al Crai. Altra tv tematica nasce nel ’97: è Sisal Tv, destinata alla catena di agenzie Match Point). In questa situazione, il mondo dell’ippica ritrovò un’unità che sfociò, il 20 gennaio 1971, in un blocco degli ippodromi, per uno sciopero per maggiori garanzie sanitarie. Quindi in un ripensamento “sociale” del settore, grazie al 1^ convegno nazionale dell’ippica tenutosi alla Fiera di Roma il 10 febbraio 1971. Da questa assise scaturirà il gruppo interparlamentare “Amici dell’ippica” (Andreotti…..). L’assemblea approvò un documento che nell’immediato chiedeva il ritiro del decretone, il riconoscimento dell’ippicoltura come branca della zootecnia e la ricostituzione degli organi direttivi dell’Unire. Inoltre si sollecitavano misure a favore dello sviluppo del settore, tra le quali una propaganda moderna e ben articolata capillare, con particolare riguardo alla radio-televisione***. Il 24 marzo 1971 il Commissario governativo Faraone presentò lo schema di un nuovo statuto dell’Unire. Il 3 giugno il presidente della Repubblica Saragat ne emanava il decreto istitutivo. La novità più evidente della riforma Faraone era che l’ippica era affidata agli ippici, con l’introduzione di due vicepresidenze d’alto profilo che dovevano riequilibrare il delicato rapporto tra apparati ministeriali, l’ippica assistita e gli uomini delle scuderie e delle corse. Una fu conferita a Orsino Orsi Mangelli (trotto), l’altra a Mario Incisa della Rocchetta (galoppo). In neppure quattro mesi, dal Convegno di febbraio allo Statuto del giugno 1971, si pongono quindi le basi per il rilancio del movimento ippico italiano.


Dal 1973 al 1977 il montepremi del galoppo salì da poco più di 5 miliardi e mezzo di lire a quasi 10 miliardi. Anche il Jockey club si diede un nuovo statuto con la nomina di Paolo Mezzanotte alla presidenza. Straordinario è il 1975 del galoppo italiano, o per meglio dire, dei galoppatori italiani di importazione. Grundy, di proprietà di Carlo Vittadini, e Bolkonski, dell’avvocato Carlo D’Alessio, danno vita a una rivalità sportiva che ha il suo apice in un memorabile duello al meeting delle 2000 Ghinee. Al termine di un testa a testa, si impose Bolkonsky di un’incollatura. La sua affermazione fu anche quella di Gianfranco Dettori, fantino cresciuto nella scuola del Conte di S. Marzano e della Dormello-Olgiata. Dettori raccoglierà, sino all’addio del 13 settembre 1992, ben 3.796 successi, contro i 4.089 del recordman del Turf, Enrico Camici. Per quanto riguarda il trotto, si imposero Freddy, affermatosi con la guida di Sergio Brighenti nel Derby di Tor di Valle, e Top Hannover della Santipasta, condotto da Kruger, che avrebbe infiammato il 1972. Suo, in quell’anno, il Gran Premio delle Nazioni, il Lotteria il Prix D’Amerique. Alla vittoria di Top Hannover, fa il paio la prestazione cronometrica, 1’14’’1, registrata il 27 luglio 1973, sulla pista di Stoccolma, da Carosio, pupillo di Giancarlo Baldi, esponente di spicco di una stirpe di ippici aperta dal padre Odoardo, che arriverà a contare 24 consanguinei muniti di licenza per allenare o condurre cavalli.


Baldì, in quegli anni, scoprì e guidò un altro campione, Timothi T. Anche grazie a questi campioni, il movimento scommesse legate al trotto passò dai 313 miliardi al giorno del 1975, ai 352 del ’76. Un trend favorevole che deve molto, oltre che a Timothi T, a Waine Eden e a Delfo. Quest’ultimo, dopo 19 anni di inutili tentativi, guidato da Sergio Brighenti, riuscì a portare in Italia l’International Trot, sorta di campionato del mondo della categoria. E nella seconda metà degli anni 70 si assiste al consistente incremento di presenze negli ippodromi. Fra coloro che si erano maggiormente spesi per avviare questa faticosa risalita, c’era Guido Berardelli, presidente dell’Unire più duraturo dal secondo dopoguerra a oggi, che più di altri aveva creduto nel ruolo dell’Ente come principale motore di rinascita e modernizzazione dell’ippica.

Nelle vesti di Commissario, nel biennio 1981-1982 provvide alla redazione del nuovo Statuto Unire, in dall’11 dicembre 1981. Gli succedette alla presidenza Raffele Picchi (Vicepresidenti: Carlo D’Alessio e Giancarlo Fabbri), ereditando un movimento ippico che difficilmente, senza l’alacre tenacia di Berardelli, avrebbe saputo o potuto resistere alle forti turbolenze degli anni sessanta e settanta.

Gli anni ottanta e novanta
Non è certamente sotto i migliori auspici che si aprono gli anni ottanta. Il 3 gennaio uno sciopero blocca il totalizzatore elettronico. Nel frattempo si discute, come sempre, di regolamenti, leggi e montepremi. Ma come si sviluppa lungo gli ani ottanta, e oltre, l’ippica? E proprio in questi anni che si arriva a un regolamento antidoping sia nel galoppo che nel trotto. Dal punto di vista agonistico Carlo D’Alessio vince per la seconda volta la Gold Cup di Ascot, e la regina d’Inghilterra gli offre il tè, mentre la corsa Tris raggiunge i seicento milioni di movimento, con la quota record di 22 milioni di lire. A languire è però l’allevamento: l’anno prima, infatti, sono nati solamente 950 puledri. L’Unire viene commissariato. Il 21 febbraio Guido Berardelli viene nominato Commissario dell’Ente. I problemi che deve affrontare sono sempre gli stessi: norme, allineamenti alle leggi, regolamenti, composizioni degli organi di cui l’Ente è formato. Intanto l’ippica propone belle storie, come quella del fantino Bob Champion, che vince il cancro e poi il Grand National di Aintree. O quella della cavallina Anouk, che venne regalata a un agricoltore di Piazza Armerina. La domano in strada, le insegnano a trottare e vince le Oaks del trotto quando la davano 37 a 1. Il 4 marzo 1982 entra in vigore il nuovo statuto dell’Unire.

La Tv abbandona mano mano l’ippica, mentre impazzano i dibattiti sugli orari delle corse. Craxi, in tribuna a San Siro, vede Idèal de Gazeau vincere il Nazioni, e Gianfranco Dettori chiude l’anno con 229 vittorie: nessun fantino lo aveva mai fatto. Nel 1984 viene ratificato dal ministro il bilancio dell’Unire, ma la convenzione-tipo con le società di corse è ancora di là da venire, così come quella per la rete esterna delle scommesse. Nel 1985 i vincitori del festival di Sanremo ricevono in omaggio dei cavalli, nell’ambito di una campagna pubblicitaria che promuove con successo il Totip. Il 1985 è anche l’anno in cui muore Guido Berardelli. A Barbaricina avviene una strage di cavalli: ne muoino 28 avvelenati. Crollano le scommesse a libro, si impennano quelle al Totalizzatore e nelle agenzire, con il Totip che sale del 490 per cento. Il montepremi cresce del 21,5 per cento. Nel 1988 l’Unire viene di nuovo commissariato:
l’ambasciatore Pignatti Morani di Custoza a due giorni dalla nomina rinuncia, lasciando il posto a Ludovico Carducci. Sono momenti travagliati, tra guerra del video, scioperi e convenzioni e appelli al ministro. Per fortuna, sul fronte sportivo, arriva la vittoria di Tony Bin nell’Arc de Triomphe. Il cavallo è di proprietà di Luciano Gaucci, lo allena Luigi Camici. Tony Bin è il cavallo italiano degli anni ottanta. All’Unire arriva un nuovo commissario, Zurlo. E’ l’89. Zurlo diventerà poi presidente. Il 1990 si apre con un lutto per l’ippica: a gennaio muore Sergio Brighenti, guidatore con oltre 5.000 vittorie in carriera, ottenute, tra gli altri, con Tornese.



Calano le presenze negli ippodromi: in dieci anni si passa da una media di 3.841 paganti a 2.624. Nel 1993 si dimette Zurlo, lo sostituisce un nuovo commissario, Camillo De Fabritiis, nel ’94 è la volta dell’avvocato Giuseppe Valentino, commissario che a marzo dell’anno successivo lascia, con in bilancio l’approvazione di un nuovo statuto e un incremento delle scommesse, anche se calano ancora le presenze negli ippodromi. Gli subentra l’avvocato Pettinari, con i sub Guglielmi, per il galoppo, Petrobelli, per il trotto, e Rosatini, per il cavallo da sella. Il ’96 è l’anno di una nuova veste per l’Unire. Le scommesse vanno sotto il controllo del Ministero delle Finanze, all’Unire tocca l’organizzazione ippica.
Dalla fine degli anni novanta a oggi 


Per molti il 1996 decreta la fine dell’Unire, se non altro dal punto di vista della sua autonomia finanziaria. Con le nuove regole l’Ente deve occuparsi solamente dei suoi fini istituzionali, attingendo dal ministero delle Finanze le risorse necessarie. Alla fine del 1998 l’Unire denuncia un consistente buco di bilancio, mentre gli ippici si sentono privati della loro identità e non rappresentati dal ministero delle Politiche agricole. Per la prima volta si assiste a una serrata generale degli ippodromi, che durerà oltre 20 giorni. A fine gennaio arrivano le prime misure di sostegno. Il conte Melzi d’Eril viene nominato commissario dell’Ente, mentre un decreto stanzia 50 miliardi per l’ippica. In agosto i risultati del bando di gara relativo alle nuove agenzie ippiche. Le previsioni si rivelano però drammaticamente sbagliate: l’estensione della rete non ha portato alla crescita delle scommesse che si attendeva. Le agenzie, nella maggior parte dei casi, dichiarano di non poter pagare i “minimi”. Tra il 1996 e il 2000 la spesa per i giochi ippici passa da 3.369 a 2.536 milioni di euro, per registrare poi una leggera ripresa nel 2001. Crolla il gioco negli ippodromi (-50 per cento), senza essere compensato da quello nelle agenzie (+13 per cento). E’ triplicata la rete di vendita, ma crolla la Tris (-60 per cento), e langue il Totip. La conseguenza è il calo di circa il 20 per cento dei prelievi lordi Unire, passati da 1.010 a 806 milioni di euro. Le disponibilità nette dell’Ente per le attività istituzionali passano da 354 a 298 milioni di euro. Malgrado ciò l’importo dei premi al traguardo rimane pressochè costante, attestandosi sui 200/210 euro l’anno, con un picco di 269 milioni nel 1997. Con l’ennesimo riordino dell’Unire, si stabilisce che l’Ente rimanga “di diritto pubblico” anche se non compare la parola “economico”.


Le regioni ottengono due rappresentanti nel Cda, e gli enti tecnici entrano definitivamente nell’organico Unire. Nonostante le alterne vicissitudini, l’Unire ha dedicato però negli ultimi anni sempre maggiore attenzione all’allevamento, differenziando i contributi per incentivare e potenziare la produzione nazionale. E, dopo anni, si raccolgono i frutti. Rakti, (montato da Mirko Demuro), trionfatore nel Derby dopo 14 anni di dominio straniero; Falbrav, (montato da Dario Vargiu), vincitore dell’ultimo Gran Premio Città di Milano, e Altieri, (montato da Gabriele Bietolini), che ha vinto oltre confine, a Deauville.


Il 28 settembre 1996 resterà nella storia dell’ippica mondiale. Lanfranco Dettori, figlio d’arte, vince nello stesso giorno sette corse con sette cavalli diversi ad Ascot. Un’impresa incredibile, ottenuta con cavalli favoriti e con altri considerati di scarso livello. Il risultato gli spalanca la possibilità di indossare la giubba blu cobalto di Godolphin, la più importante scuderia del mondo, di proprietà araba. Una citazione particolare spetta per Mirco Depuro, fantino che riporta al successo un cavallo italiano nel Derby. Il 26 maggio scorso, alle Capannelle, Demuro, in sella a Rakty respinge l’attacco dell’inglese Ballingarry. E nel trotto? Nelle redini lunghe è il momento di Varenne, il più forte trottatore mai esistito al mondo. La sua storia è già leggenda. Nasce a Copparo (Fe) il 19 maggio 1995, dopo un parto travagliato, che fa temere per la sua vita. L’allevatore, Sandro Viani, sceglie per lui il nome della via in cui si trova l’ambasciata italiana a Parigi: Rue de Varenne.

Anche questo un segno del destino: nel gennaio 2001 Varenne diventa il primo cavallo italiano a trionfare nel Prix d’Amerique, corsa che si disputa sulla pista nera dell’ippodromo parigino di Vincennes. I potenziali acquirenti di Varenne, al debutto, sono titubanti per via di un chip, una cartilagine ossea non calcificata. Chi non ha dubbi è Giampaolo Minnucci, guidatore romano che convince Enzo Giordano, agente di cambio napoletano, a investire 180 milioni di lire per l’acquisto del cavallo.
Il fenomeno Varenne ha il duplice effetto di sconvolgere il trotto mondiale e di riportare l’ippica italiana alla ribalta, dopo anni di involuzione che l’ha relegata ai margini dello sport e fuori dalle scene dei grandi network nazionali. Per qualche mese a tenere banco è una sorta di dualismo alla Coppi e Bartali, tra Varenne e Viking Kronos, il cavallo italiano che in quel momento più forte. Il responso definitivo sulla supremazia viene dal Derby del trotto dell’11 ottobre 1999, che li vede entrambi in pista. La gara dura poco: Varenne, subito in testa, vince senza difficoltà. Viking Kronos, solo quinto, chiude la carriera. I primi confronti di Varenne coi campioni stranieri sono invece dall’esito alterno.


Il 14 novembre 1999, all’ippodromo di San Siro, il fuoriclasse indigeno batte Moni Maker, ritenuta la regina del trotto mondiale. E il segno che qualcosa è cambiato anche nell’attenzione dei media nei confronti dell’ippica lo dà l’editoriale che il direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, dedica all’impresa. Il 30 gennaio 2000 è il giorno dell’esordio all’Amerique. Le prime due partenze col sistema della racchetta, favorevoli al campione indigeno, vengono annullate inspiegabilmente. Nella terza Varenne, in posizione defilata, tenta di riguadagnare spazio, ma arriverà strematola traguardo, battuto da General du Pommeau e da Galopin du Ravary. Nonostante l’esito della corsa, impressionante appare subito il recupero di Varenne.

E’ il preludio del trionfo: in primavera Varenne inanella successi a Goteborg, dove si vendica pure di General du Pommeua, e al Lotteria di Agnano. E’ la consacrazione: tutti cercano di accaparrarsi il cavallo; la spunta Snai, che acquista da Enzo Giordano il 50 per cento della proprietà del campione, diventato intanto testimonial di una campagna pubblicitaria. Il 28 gennaio 2001, dopo aver corso sempre in testa, Varenne si aggiudica il Prix d’Amerique davanti a 5.000 italiani in delirio. E’ la definitiva consacrazione, confermata dal bis nel Lotteria e dalla vittoria a Solvalla, il 27 maggio, nell’Elitloppet. Pochi giorni dopo, a Roma, Varenne sfila tra due ali di folla, in Piazza del Popolo, come un imperatore di ritorno dalle campagne vittoriose. Un evento storico organizzato dall’Unire, dal significativo titolo “da Pegaso a Varenne”.


La striscia dei successi non sembra fermarsi: dopo un intoppo estivo a Milano, il 29 luglio Varenne straccia il record del mondo sul giro di pista in 1,51,1, sulla mitica pista del Meadowlands, nel New Jersey. Il 2002 sembra la fotocopia dell’anno prima: trionfo nell’Amerique, in gennaio, tris nel Lotteria e nuovo successo a Solvalla. Varenne è ormai il simbolo vincente dell’ippica italiana. Ma assieme al rilancio dell’immagine sportiva, serve, come più volte ricorda il Commissario Riccardo Andriani, la partecipazione attiva di tutte le componenti del settore: questa è la strada intrapresa dall’attuale gestione dell’Ente. La convention organizzata per il 70° anniversario dell’Unire ha riproposto con forza questa necessità, assieme all’estremo bisogno di curare l’aspetto promozionale. Temi scottanti sono stati e vengono intanto affrontati: la classificazione degli ippodromi, doping e antidoping, il progetto ambizioso sul polo di Settimo Milanese.

Il chi è dell’Unire


All’inizio del ’99 viene nominato commissario il conte Guido Melzi D’Eril, ippico di spicco. Dopo circa un anno, il conte Melzi diventa, per circa un altro anno, presidente. La sua nomina viene però revocata dal ministro dell’Agricoltura, Pecoraio Scanio, per ragioni di incompatibilità. Al suo posto, come facente funzioni, per sette mesi il professor Giovanni Polara. Il 27 luglio 2001 il ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno, nomina commissario straordinario l’avvocato Riccardo Andriani e sub l’on. Mario Masini, Angelo Giuliani e Medardo Zanetti. A giugno 2002 la nomina di Andriani viene rinnovata per altri sei mesi, con l’obiettivo dichiarato di fargli portare a termine il riordino dell’Ente.
La convention
Il libro
(E’ nel 1926 che nasce ufficialmente il Derby del Trotto. Si disputa sulla pista di mezzo miglio dell’ippodromo romano di Villa Glori. Malacoda è il primo nome che apre il Libro d’Oro dei vincitori classici)
Lo Csio come lo conosciamo oggi nasce però solo nel 1926, quando si disputa la Coppa delle Nazioni (allora Coppa Mussolini), vinta nella sua prima edizione da cavalieri italiani.

CONTINUA
 
 
Vent’anni di Derby del trotto, un amarcord che e’ un viaggio nel tempo con punto di partenza il 1970. 


L’anno di Mexico, un mondiale di calcio in altura e quel memorabile 4 -3, “ultimo minuto del secondo tempo supplementare di una meravigliosa partita”, la voce di Nando Martellini, Boninsegna che va sull’out di sinistra e crossa, arriva Rivera e Maier e’ battuto, Riva e il golden boy che si abbraccia. 

Gli azzurri allenati da un galantuomo, Ferruccio Valcareggi, sono in finale con il Brasile di Pelè. Estate di quasi quarant’anni fa. Il trotto di quel periodo e’ in un nome. La meglio Italia a quattro zampe, una criniera al vento e un ovale di sabbia rappresentata da Tedo che vince il Nastro Azzurro. E’ un figlio di Hit Song, un continuatore di Scotland. 


Ed è la famiglia di questo razzatore statunitense che in quel decennio si assicura un predominio nella classicissima del trotto italiano. 

Perchè dodici mesi piu’ tardi a Tor di Valle si afferma Freddy che nasce da una figlia di Mistero e da Safe Mission, consanguineo di Scotland. 

Nel 1972 Sharif di Jesolo porta in ague il ramo di Quick Song ma un anno dopo un puledro che vuol vincere il Derby italiano deve avere nel pedigree il sangue blu di una nipote di Scotland, Mersey, genitrice di Unno. Sfogliare l’albo d’oro di quei Derby e ripercorrere le alchimie di incroci che sono ancora linfa vitale per i trottatori di questi giorni, toglie la polvere anche dal nome di Oriolo, riproduttore cardine del nostro stud. Soprattutto un grande padre di fattrici o anche di cavalli come Steno che nel 1974 vede un suo erede vincere nella corsa piu’ importante nella carriera di un trottatore, quella che ti consegna alla gloria imperitura. 


E’ Gamarth, appunto uan figlia di Oriolo, a detenere un primato nella classicissima di quei vent’anni che vanno dal 1970 al 1990. Gamarth è la madre di Gentile, derbywinner del 1979. Dopo due anni si ripete vedendo trionfare il Nastro Azzurro da un altro suo prodotto, il generoso Argo Ve. Gentile è il nome che di questo studio indietro nel tempo sintetizza l’incrocio piu’ vincente: il campione torinese è figlio di Some Fire, che attraverso Rodney e Spencer Scott si riconduce a quel capostipite straordinario, Scotland. Un altro grande sire americano, Star’s Pride, in quegli anni fulgidi per il trotto italiano e per il grande sport ( gli anni Settanta che nel calcio sono agli insegna di Rivera, Riva, Mazzola e nel ciclismo vedono il dualismo tra Merckx e Gimondi), si ritaglia uno spazio importante nell’almanacco del great event di Tor di Valle 


. Golden Top che nasce da Top Hanover vince nel 1980. Nel ciclismo siamo passati a Saronni e Moser e a Mosca Pietro Mennea realizza una rimonta capolavoro nei 200 metri conquistando l’oro olimpico. Top Hanover è uno dei migliori prodotti di sempre del nostro allevamento tanto da produrre nel 1985 un altro laureato di Nastro Azzurro, Ercole Ac che nasce da La Reine, una figlia di Tornese, tanto per chiudere il cerchio sulla Meglio Italia del nostro trotto. 

Scotland che ha dominato gli anni Settanta con tutta la sua discendenza, un decennio dopo ha ceduto lo scettro alla famiglia di Star’s Pride. Così dopo Ercole Ac dodici mesi dopo a Roma trionfa Feystongal, Canta Napoli per un cavallo di incredibile longevità e generosità. Il morello nasce da Keystone Spartan, famiglia di Star’s Pride. Un nipote dello straordinario caporazza americano, Udet Hanover, in razza produce Gitana d’Asolo, che nel 1987 regala alla tribuna di Tor di Valle un Derby con il nastro rosa. Un’autentica impresa visto che ci sono volute altre ventidue edizioni per arrivare ad un nuovo successo dell’altra metà del cielo (Lana del Rio 2008) 


. Siamo al 1988 con Indro Park, figlio di Sharif di Jesolo che si era imposto nel Nastro Azzurro nel 1972. Sharif si ripete come padre di derbywinner dodici mesi dopo con Lancaster Om (1989). Oriolo, Sharif e poi i vincitori di linee americane. Questa dualità tra sangue italiano e linee con impronta statunitense, con molta velocità è la costante per capire come i nostri allevatori in quei vent’anni straordinari costruivano il cavallo capace di affermarsi per velocità, tempra e tenuta sui 2100 metri della classicissima romana. 


E’ il 1990, nell’anno in cui l’Italia gioca il suo mondiale in casa, siamo sfortunati perchè in semifinale ci sbatte fuori l’Argentina di Maradona. Gli azzurri di Azeglio Vicini hanno dato spettacolo con le galoppate di un giovane Roberto Baggio e i sei gol di Totò Schillaci, ma andiamo fuori. Il derby laurea un indigeno prezioso, dal rendimento regolare. Mint di Jesolo, la favola di Antonio Luongo, un cavallo per la quale tifava tutta una regione la Campania. E’ figlio di Gator Bowl, la classe, lo speed e l’istinto per la vittoria di un superbo caporazza come Super Bowl e una fattrice italiana come Fucsia Lb che sintetizza il concetto dell’allevamento di qualità, le migliori madri non si vendono ma si tengono. 


Sono rimandi della memoria, sapori che non devono andare perduti. Vi abbiamo portato in questo viaggio nel tempo per riaffermare il concetto che rileggendo la storia di una grande corsa come il Derby del trotto ritroviamo il concetto di allevare puntando al meglio. Fare della crisi economica globale qualcosa che sia vicino ad un’opportunità. Rilanciando la filosofia di un’estetica della leggerezza che puntando sulla cultura ippica e allevatoria, studiando e rileggendo ci consenta di conservare un patrimonio da irrorare nel sangue prezioso dei futuri campioni. La meglio Italia che nasce da questa filosofia, da questo approccio alle corse, alla selezione, all’allevamento come continuità di progetto 
 
SPETTACOLO A S. SIRO FEYSTONGAL PROVA L' AMERIQUE 
Repubblica — 06 gennaio 1989 pagina 35 sezione: SPORT 


IL 1989 dell' ippica festeggia, oggi, la Befana. A Milano e a Roma con il trotto; a Pisa con il galoppo. 

A San Siro una classica: la prima prova del serial Locatelli; a Tor di Valle, una tris. Roma, ce la sbrighiamo subito: 19 trottatori su tre nastri. Il solo Collector' s Work rende 40 metri allo start. Se giochi tre cavalli ti consigliamo: Dryfon (18), Festival Bar (16), Evelrose (15). Se fai un sistema da quattro: Dryfon (18), Festival Bar (16), Evelrose (15), Collector' s Work (19). Se lo azzardi da sei: Dryfon (18), Festival Bar (16), Evelrose (15), Collector' s Work (19), Don Lurio (14), Dieceu (17). Lo spettacolo di una tris è di spiccato tono mercantile. 


Il gioco si accompagna all' avventura, anche al caso. Come deve essere, del resto. Il manifesto di Milano è di diverso grado alcolico. Il serial Mario Locatelli è composto di due batterie: la prima (oggi) per i trottatori indigeni; la seconda, domani, sabato, per gli internazionali. La finale si disputerà il 15 gennaio: vi saranno ammessi i primi quattro di ogni batteria. Batterie e finale sul miglio. A San Siro, questo pomeriggio, dunque, sei al via: Gridita Bru, Gainsford, Elemis, Fiaccola Effe, Gobernador, Feystongal. Il nome di Feystongal balza all' occhio. Luongo, il suo driver, ha annunciato la partecipazione all' Amerique del 29 gennaio. 


E con Feystongal, contro il mostro Ourasi (che si è appena rimesso da una preoccupante colica) ci saranno, quel giorno, a Vincennes, Jef' s Spice e Hollyhurst, che è già partito alla volta di Grosbois, il centro di allenamento dei nostri cugini. Il serial Locatelli quale introduzione all' Amerique? Paradossalmente sì. Gli Stati generali dell' ippica sono in agitazione. 

Gli ippodromi metropolitani, il Gruppo Trenno (Milanese e Fiorentina), la Sais Tor di Valle e la Villa Glori Agnano hanno dato vita ad una nuova associazione sottolineando in tale modo la contrapposizione reale di interessi che esiste fra ippodromi di rilievo nazionale e ippodromi minori. L' Unione nazionale incremento razze equine ha cambiato commissario: il prescelto, dottor Giuseppe Zurlo, ha una gran voglia di mettersi all' opera. 

Convenzione con i delegati, segnale televisivo, terza rete, nuovo statuto. Un ministero dell' Agricoltura più sollecito e attento di quanto lo sia stato in passato. Come sempre si spera o, forse, più semplicemente si crede in ciò che si spera. In attesa di verificare i fatti, in questo squarcio di inverno, noi sogniamo il Grand Prix d' Amerique, la grande corsa di trotto, che è la classica a noi più vicina, cara al pueblo non soltanto di Francia. Bisogna che l' ippica... avanzi intelligentemente all' indietro. Lo suggerisce l' antico, favoloso Grand Prix d' Amerique. - di MARIO FOSSATI 



 
 
HEMINGWAY A SAN SIRO 



(…) Noi quattro andammo a San Siro 
in una carrozza scoperta. Era una bella 
giornata e attraversammo il Parco e 
seguimmo il tranvai e poi fuori dalla 
città dove la strada era polverosa. 

C’erano ville con le cancellate di ferro 
e grandi giardini traboccanti di vegetazione, 
e fossi con l’acqua corrente e 
orti verdi con la polvere sulle foglie. 

Attraverso la pianura si vedevano le 
fattorie e le fertili tenute verdi coi loro 
canali di irrigazione e le montagne a 
nord 
. Molte carrozze entravano nell’ippodromo 
e gli inservienti al cancello 
ci lasciarono entrare senza biglietto 
perché eravamo in uniforme. Scendemmo 
dalla carrozza; comprammo i 
programmi e attraversammo a piedi il 
prato e poi la soffice pista del percorso 
verso il recinto del peso. Le tribune 
del pesage erano antiche e fatte di legno 
e i totalizzatori erano sotto le tribune 
e allineati vicino agli stalli. 

C’era 
una folla di soldati lungo lo steccato 
del prato. Il pesage era pieno di gente 
e facevano passeggiare i cavalli in 
cerchio sotto gli alberi dietro alla tribuna 
centrale. (…) Salimmo sulla tribuna 
centrale a guardare la corsa. 
(…) Allora 
non c’erano i nastri a San Siro e il 
commissario allineò tutti i cavalli, parevano 
piccolissimi giù nella pista, e 
poi diede il via con uno schiocco della 
lunga frusta. (…) 

Da Addio alle armi 
di Ernest Hemingway 
(traduzione italiana di Fernanda Pivano, 
Milano, Mondadori). 
Gianni Mario 
 
Noi siamo nel business di portare i vostri sogni equino alla vita" 

Joe Taylor era un cavaliere. E 'cresciuto con i cavalli e cavalli compresi e piaceva stare con i cavalli. E 'stato un semplice rapporto che aveva con loro. E 'cresciuto in un momento in cui hai fatto bene dal cavallo, per tutto il tempo, non solo quando era comodo, e hai fatto bene con le persone con cui trattare. 

Lei è stato onesto, tutto il tempo, non solo quando era comodo. Da giovane, ha trascorso le estati nella fattoria di suo padre nel Lawrenceburg, KY., Lavorando con Standardbreds e conoscere l'attività a cavallo. Mentre gli altri è andato a scuola dopo la scuola superiore, Joe Taylor è andato in pista. Ancora una volta, ha imparato. Ha guardato i cavalieri antichi e le note fatte. Ha rispettato le loro conoscenze. Voleva sapere quello che sapevano. 

Nel 1952, Joe e la sua giovane moglie Mary Emily visitato Clarence Gaines Gainesway Farm a Lexington. Mr. Gaines assunto Joe, e presto divenne il manager Joe fattoria dell'operazione. Nel suo tempo lì, Gainesway è stata trasformata da una fattoria di successo trottatori in un allevamento di purosangue di successo. Kentucky Derby e Prix de l 'Arc de Triomphe vincitori erano figli di stalloni Gainesway. 
Campioni sono stati allevati. Nonostante i risultati di Gainesway, o forse a causa loro, Joe Taylor non ha mai dimenticato le lezioni apprese da giovane nella fattoria di suo padre: si crea il proprio successo attraverso lo sforzo. Joe Taylor è stato il tipo di ragazzo che ha spinto i chiodi e messo le recinzioni e le bancarelle muck. Gli piaceva il lavoro, gli piaceva lo sforzo. Nei suoi quasi 40 anni a Gainesway, Joe Taylor divenne uno dei cavalieri più rispettati nel Kentucky essendo intelligente, schietto, e dedicato. Ha insegnato e ha assistito numerosi altri cavalieri lungo il percorso, compresi i suoi figli, e persino scritto un libro, una guida completa alla riproduzione e generazione di cavalli da corsa. Voleva condividere ciò che aveva imparato. A Taylor Made, Joe Taylor lezioni di duro lavoro, onestà e integrità sono ancora ascoltati, i suoi ideali sono ancora i nostri ideali. John Gaines ha scritto questa prefazione nel libro di Joe Taylor: 

Premessa E 'stato nell'autunno del 1952 che Joe Taylor, accompagnato dalla moglie, Mary Emily, ha risposto ad un annuncio che volevo aiutare mio padre, CF Gaines, maestro di Gainesway Farm, collocati nelle pagine classificate della Lexington, Kentucky Herald Leader.I Ha ascoltato la mia intervista padre Joe e poi lo guardò esaminato i palmi delle mani di Joe per vedere se avevano i calli. 

Un accordo è stato fatto ma di certo nessuno di noi realizzata nel momento in cui destini di Gainesway Farm e Joe Taylor sarebbe la stessa cosa. Ha preso tutto di un anno per Joe per avanzare da mucking platea e toelettatura animali di un anno di Farm Manager e venditore di stelle. Sotto la guida di Joe, Gainesway era di possedere o di razza, senza eccezioni, i vincitori di tutte le sfide principali cavallo al trotto in America del Nord, compreso il Hambletonian due volte e il Kentucky Futurity quattro volte. Quando abbiamo stabilito la divisione Thoroughbred Gainesway Farm nel novembre del 1962. 
Siamo cresciuti da uno stallone e una manciata di fattrici, in un'operazione di allevamento stalloni quaranta due mila fattrici l'anno. Cinque stalloni Gainesway dovevano portare l'elenco Sires in America, Inghilterra e Francia, e la loro progenie inclusi due vincitori del Kentucky Derby e otto vincitori del Prix de l 'Arc de Triomphe.In l'allevamento capannone, in pista e in l'anello di vendite, record Gainesway Farm parla da solo ed è la prova inconfutabile della professionalità alta e acuta intelligenza che Joe Taylor porta in ogni aspetto del Purosangue di allevamento e Racing. Al livello più alto, un manager aziendali devono svolgere molti ruoli. 

Joe non è solo un cavaliere completo ma è anche uno, agronomo costruttore, genetisti, custode, nutrizionisti, commerciante, imprenditore, esecutivo, promoter, ragioniere, arboricoltore, ostetrica, affarista, diplomatico e uomo tuttofare. Joe è un vero uomo per tutte le stagioni, ma tutti quelli che lo conosce capisce che il suo vero business è aiutare le persone e per questo motivo ha scritto questo libro. 


 
 
ADDIO GRANDE UOMO ❤❤"POMA' SO UN TANTINO PREOCCUPATO" - Così "Mandrake", Gigi Proietti, parlava a "Er Pomata", Enrico Montesano, dopo l'ennesima scommessa, fatta come sempre a Tor di Valle, finita male. L'ippodromo capitolino, infatti, non è stato solo ippica. E' stato anche il set di "Febbre da cavallo", film del 76 diretto da Steno. La storia è quella di Gigi Proietti e soci che, da "malati" delle scommesse, inventano qualsiasi "mandrakata" pur di rimediare soldi. Ma proprio quando hanno l'imbeccata giusta, sbagliano incredibilmente. La tris "Soldatino, King, D'Artagnan" grida ancora vendetta.
 
 
Sono trascorsi venti anni! Venti lunghi anni volati così come un soffio! … Eppure sembra di ieri la prima riunione nella “Latteria Starace” quella riunione nella quale pochi amici sorretti dalla comune fede costituivano la Società affidandone la Presidenza al Marchese Michele Ruffo Della Scaletta. 


In quella piccola saletta della Latteria Starace pochi benemeriti vi accendevano la fiaccola o forse, meglio, alimentavano la fiamma che in Napoli non si era mai spenta. 

Sembra di ieri anche quell’altra prima riunione di Consiglio di Amministrazione tenuta sotto la Presidenza del Duca di Bovino, l’insuperabile Presidente per antonomasia, succeduto al Marchese Ruffo, riunione che tenemmo, non avendo ancora una sede, al “Casino dell’Unione” ed alla quale intervennero tutti i Consiglieri, i fratelli Salvatore e Antonio Spinelli, il Principe di Gerace, il Conte Moncada, il Marchese Giovanni Diana, il Comm. Oscar Pastore, il Conte Filippo Caracciolo di Schiavi e l’infaticabile Segretario Comm. Michele Romano. 

Imprigionando l’entusiasmo, con l’aridità delle cifre dei bilanci, trepidavamo tutti; eravamo preoccupati per le sorti e lo sviluppo dell’Ippodromo, per il passo che si andava a compiere, ma il dado fu tratto ugualmente; il coraggio e la fede dei fratelli Spinelli superarono ogni ostacolo e il grande disegno vagheggiato per una vita intera da Raffaele Ruggiero, fu tradotto in concreta realtà. 

Arrivammo così alla prima riunione di galoppo. 
Tutta Napoli era all’Ippodromo. 

Ai vecchi tiri a quattro, alle carrozze di caccia si erano sostituite solo le prime lussuose macchine. La vecchia tradizione delle Corse al Campo continuava e continuava anche nella foggia dell’abito, nelle ricercate toilettes delle Signore, nel thigt e cilindro grigio non invano portati da Marcello Orilia, con quella elegante disinvoltura che gli era propria – indimenticabile figura di gentiluomo e di sportivo Napoletano – che fungeva in quella prima riunione da giudice di arrivo. 

Alla lunga, feconda, Presidenza del Duca di Bovino subentrò nel 1947 quella del Marchese Casati Staza e successivamente quella del Comm. Maurizio Bettoia. 

Dal 1951 la benevolenza degli amici volle che fossi io, tanto immeritatamente, ad ereditare il mandato dei tenaci pionieri, di coloro cioè, che superando ostacoli, diffidenza e controversie non comuni riuscirono con la sola forza del loro entusiasmo a costruire ed avviare sul binario della regolarità, sul binario della perfezione tecnico-agonistica la nostra creatura. 

Oggi l’Ippodromo di Agnano grazie alla passione e competenza dei suoi dirigenti, Comandante Libero Perlini, Ing. Luigi Hammeler, Ing. Guglielmo Belgo e Comm. Michele Romano, arricchito da un modernissimo impianto di luce per le corse serali, vive la sua vita ma ha pur sempre bisogno di combattere e vincere altre battaglie. 
Da allora ad oggi che siamo chiamati a celebrarne il ventennale, sulla impostazione di chi ci ha preceduto, abbiamo cercato di camminare sempre più avanti. 

Vada quindi oggi più che mai memore e grato il pensiero a chi ci additò la strada da seguire, ma specialmente poi alla memoria di quei pionieri presenti purtroppo solamente in ispirito. 
Mentre formulo l’augurio di uno sviluppo sempre maggiore sento di dover esprimere tutta la mia gratitudine agli attuali dirigenti, alla Stampa Sportiva, sempre generosa di consigli e suggerimenti,ai Commissari, alle scuderie, ai proprietari, agli allenatori, al personale tutto, nonché ai funzionari, impiegati, dipendenti ed operai dell’Ippodromo. 

Un grazie speciale al pubblico napoletano. 
Al generoso sportivo pubblico di Napoli nostra sulla cui passione si può sempre contare per il raggiungimento di mete future. 

TOMMASO LEONETTI 

 
 
Tornese contro Crevalcore: l'Italia si spaccò 

Tornese era biondo e generoso. Crevalcore era nero e bizzarro. La 
gente andava all'ippodromo come allo stadio e dopo la corsa scavalcava 
le ringhiere. Era la fine degli anni Cinquanta. Tornese portava senza 
saperlo il nome di un'antica moneta, era nato in un piccolo 
allevamento vicino a Como, la mattina del 13 giugno 1952. 


Il padre era 
uno stallone sauro, la madre una cavallina senza vittorie. Tabac Blond 
e Balboa, così si chiamavano i genitori di Tornese. Anzi, così si 
declamavano. Le genealogie dei cavalli da corsa avevano un ritmo che 
restava nella memoria e ne usciva come un frammento di poesia. 

Mistero, da Prince Hall e Naomi Gay. Ribot, da Tenerani e Romanella. 
Crevalcore, da Mighty Ned e Taggia. Tornese, da Tabac Blond e Balboa. 
A dire il vero, anzi a dire una malignità, correva voce che il padre 
di Tornese fosse un altro, ovvero sia il più noto stallone Pharaon che 
aveva vissuto per qualche tempo sotto lo stesso tetto di Balboa, della 
cui reputazione nessuno si preoccupò. 

Dopo aver sfiorato la macelleria 
- era magro e trottava piano - Tornese, forse memore del rischio 
corso, si assicurò la sopravvivenza diventando un cavallo leggendario. 
Il suo proprietario non gli risparmiò né corse né gloria. 

Lo tenne in 
pista fino al quintultimo giorno consentito dai regolamenti, alla 
soglia dell'undicesimo anno di età. Nel 1958 gli fece fare 31 corse, 
una media di quasi tre al mese. Tornese, che era docile in maniera 
perfino imbarazzante per un cavallo del suo rango, di quelle 31 corse 
ne vinse 27. Non protestava. Bionda la criniera al vento, correva e 
vinceva. Quando aveva già 10 anni, età limite per l'agonismo equino, 
trionfò ad Agnano nel «Lotteria». 

I napoletani invasero la pista, gli 
andarono incontro a centinaia per strappargli un ciuffo di criniera. 
Milano, a fine carriera, gli rese pubblico omaggio in piazza del 
Duomo. Crevalcore, il rivale, era di una nera e furibonda bellezza. 
Nasceva nobile, nel celebre allevamento Orsi Mangelli, e ne andava 
visibilmente fiero. 

Splendido e bizzoso, «rompeva» spesso e forse per 
questo venne ceduto ad altra scuderia. Finì in Toscana, alla 
«Valserchio» dei signori Giusti, dove lo adoravano come un idolo. Lo 
ricordiamo già stallone, nel box di Monsummano: Crevalcore, immenso 
come un palazzo, fece lampeggiare nell' altissimo occhio un segnale di 
pericolo. 

Il moro dette il meglio di sé con Vivaldo Baldi, la cui mano 
impareggiabile spense molte ribellioni. Vivaldo era perfetto in sulky, 
la coda di Crevalcore gli sventolava sul viso. Dall'altra parte, nel 
sediolo di Tornese, si avvicendavano i drivers, che il commendator 
Manzoni esonerava con cadenze calcistiche, ma il binomio classico era 
con Sergio Brighenti, altro mago del sulky, 

E' probabile che Tornese e 
Crevalcore abbiano maledetto i loro guidatori che gli imponevano lo 
sforzo e l'andatura. I duelli tra Tornese e Crevalcore restano 
indimenticabili, il biondo, che era più saggio e più completo, ne 
vinse in abbondanza. I successi del moro, che era più giovane di un 
anno, furono inferiori come numero, ma accesero il fuoco nei fans di 
Vivaldo e di Crevalcore, che erano come il cavallo che amavano: più 
passionali. 

A Cesena, nelle mani di Marcello Baldi, maturo zio di 
Vivaldo, Crevalcore sconfisse Tornese nella finale a due, dopo aver 
rotto in partenza. I romagnoli si esaltarono e scesero in pista a 
festeggiare. La rivalità era tale che nel 1959 il proprietario di 
Crevalcore lanciò la pubblica sfida scrivendo una lettera aperta al 
giornale «Trotto». 

Posta in palio 5 milioni, pista delle Mulina, 
distanza a scelta del clan Tornese. Non se ne fece di nulla, ma due 
anni dopo nel «Nazioni» a Milano, Crevalcore andò in testa e Tornese 
lo attaccò per tutta la corsa. Ne uscì una gara insensata, Crevalcore 
si fermò sull'ultima curva e rientrò in scuderia, 
Tornese finì la 
corsa ciondolando la bionda criniera, battuto da Nievo e da Erro. 
Dicono che il commenda Manzoni avesse ordinato a Brighenti di 
stroncare il rivale. Senza pensare al premio, per una volta. Succedeva 
anche questo, nell'ippica di una volta. 

di Sandro Picchi 

 
 
Migliarino Culla del trotto italiano 



Migliarino è stata terra di grandi allevatori: Carlo Barilari, Tonino Campanati, 
Domenico Forti, Giacinto Bergamini e Ferruccio Vincenzi i cui nomi sono ancora 
legati alla toponomastica locale e alle splendide Ville padronali disseminate 
nel territorio. Tra XIX e XX secolo è nota infatti l'esistenza nel territorio 
migliarinese di ben otto allevamenti che hanno funzionato contemporaneamente 
fino agli anni '50 quando scomparvero annientati dalle grandi riforme agrarie. 
In queste scuderie sono nate oltre seicento fattrici, madri base dell'allevamento 
nazionale, che hanno lasciato un segno tangibile nelle principali linee di sangue 
indigene. 



Di queste, l'Allevamento Forti risulta essere fino ad ora il meglio 
documentato e l'unico di cui si abbia ancora testimonianza. 

La Scuderia Forti situata a sud-est del paese in viale Cesare Battisti aveva 
anticamente la funzione di essiccatoio per la canapa poi venne adattato ed usato 
come scuderia per i cavalli da corsa al trotto. L'edificio ancora segnato nell'IGM 
del 1936 prospettava sul granaiello sterrato della Pista oggi scomparsa, ed era 
costituito da singoli box per fattrici e puledri, un sistema a due volumi 
comprendenti box per cavalli in allenamento e un fienile. 


In tempo di guerra inoltre 
i cavalli vennero spostati ad Alberlungo presso l'allevamento sempre di proprietà 
dei Forti. La struttura è infatti contrassegnata dallo stemma bianco e nero che 
caratterizza anche la Scuderia Forti a Migliarino. La Pista, della lunghezza di 
circa ottocento metri, presentava uno strato di massi detti "copacani"e uno strato 
alto un metro di fascine di legno, il tutto ricoperto dalla sabbia del Volano. 
I cavalli trottatori allevati presso la scuderia Forti: "Spencer" "Mc.Elwin" 
"Murillo" e "Traveler" seppero imporsi nelle corse più dure del calendario italiano 
lasciando testimonianza delle proprie vittorie. Degna di nota è inoltre la Scuderia 
di Carlo Barillari a San Vitale in cui venne allevato "Jockey" altro cavallo 
trottatore di grande fama. 




Testimonianze quindi di una antica tradizione fortemente radicata nella storia 
locale e documentata anche dall'esistenza di un manifesto che annuncia lo svolgersi 
di una corsa a Migliarino presso via Belvedere (oggi via Roma) nell'anno 1883 e 
dove viene inoltre citata piazza Umberto I odierna Piazza della Repubblica. 

Una tradizione ancora oggi coltivata dai fratelli Vittorio e Giuseppe Guzzinati 
driver di fama internazionale e figli dello stesso Luigi Guzzinati che allenò i 
cavalli della Scuderia Forti. 

Proprio dal desiderio di riportare alla memoria questo antico passato che tutti ci 
accomuna e che ha segnato la storia di un piccolo esemplare paese, nasce il Centro 
di Documentazione Museo del Trotto. 

Inaugurato il 03/09/00, il Museo del Trotto, presso l'antico edificio turrito di 
proprietà dei Pavanelli, "inventori" di Migliarino, conserva una ricca documentazione 
del fenomeno trottistico nazionale dal 1876 ad oggi. Numerosi sono i cataloghi di 
materiale accessorio allo sviluppo dello sport ippico accompagnati da migliaia di 
cartoline e distintivi degli Enti Tecnici e delle più famose Scuderie da corsa 
nazionali. Sono inoltre conservati all'interno del Museo cimeli di grande prestigio: 
il Sulky con il quale Belmez ( dell'allevamento di Zanzalino) vinse il 550 Derby 
nell'anno 1982 guidato da Giuseppe Guzzinati, il Casco indossato da Giampaolo 
Minucci, driver di Varenne, vincitore al Gran Prix d'Amerique 2001 e altro 
ancora. 


Esterno del Museo del Trotto 

Infine, come non citare l'ultima, recente acquisizione per la quale ringraziamo 
Cecilia Forti Nonato, che ha permesso la realizzazione all'interno del Museo di una 
sezione interamente dedicata alla storia locale. In questa sezione sono esposte foto 
d'epoca risalenti agli inizi del XX secolo relative a Villa Forti alle Scuderie e 
alla famiglia Forti stessa le cui suggestive vicende fanno parte ormai da tempo della 
memoria collettiva. Tra esse inoltre, di notevole valore, una foto di Vittorio 
Emanuele III Re d'Italia con dedica a Domenico Forti, risalente al 1910. 

Accanto a Villa Forti trovano spazio le ville signorili migliarinesi testimonianza 
di un antico insediamento lungo il Volano tra Cornacervina e Migliarino, precedente 
alla trasformazione in autonoma municipalità voluta da Giuseppe Pavanelli nel 1881. 
Ville caratterizzate da uno stretto legame con il Volano in quanto risorsa idrica e 
cornice paesaggistica e da una grande valenza storica come frutto delle trasformazioni 
ottocentesche da casino dominicale a villa signorile. In esse sono conservati soffitti 
e pareti abilmente affrescati arredi e cappelle propri del vissuto signorile, le cui 
foto sono esposte all'interno del Museo. 


 
 
23 LUGLIO 1977. 

 L’ippodromo è il Roosevelt Raceway alla periferia di New York. Oggi, e da più di un decennio, l’impianto sportivo non esiste più: è stato trasformato in un gigantesco centro commerciale ed è stato sostituito dal Meadowlands (The Big M, dicono gli americani) che però sorge più lontano, a East Rutherford nello stato del New Jersey. 


La corsa è l’International Trot, istituito nel 1959. E’ la risposta americana alle grandi corse europee, a cominciare dal parigino Prix d’Amérique. Distanza un miglio e un quarto (2.011 metri) alla pari, pista da mezzo miglio, partenza con l’autostart. 

Gli americani lo definiscono il campionato del mondo dei trottatori. Invitano i cavalli che ritengono più validi in rappresentanza delle Nazioni dove il trotto ha maggiori proseliti. E non mancano mai i cavalli italiani perché a New York, e negli States, i ‘paisà’ sono tantissimi e tutti amano scommettere. 

Di grande effetto la presentazione dei concorrenti alla sfilata prima della gara: lo speaker racconta la storia del cavallo che si muove in un cono di luce ed è accompagnato da una canzone caratteristica del suo Paese (per l’Italia, come dubitarne?, la canzoni prescelte erano ‘O sole mio’ e ‘Volare’). 

23 LUGLIO 1977.  Sei ore di differenza nel fuso orario sono una barriera invalicabile. Non esistono i telefonini, non esiste internet, non esiste nessuna diavoleria telematica. I giornali quotidiani chiudono l’ultima edizione alle due di notte e da quel momento in poi una terra lontana come l’America è davvero un altro pianeta. A New York è la notte di un sabato quando il trottatore italiano Delfo si laurea campione del mondo. In Italia è l’alba di una calda domenica di luglio. 

Delfo appartiene al milanese Enrico Tosonotti. La sua scuderia si chiama Little Toy (picccolo giocattolo, in italiano), i colori della giubba sono giallo e verde. Tosonotti ha comprato Delfo con una botta di fortuna, che lo assiste anche al Roosevelt Raceway: punta sul suo cavallo e si riempie le tasche di dollari, incassando la borsa del premio al vincitore e la ingente vincita al botteghino delle scommesse, grazie alla quota di 10 contro 1. 
A cose fatte, cioè al rientro dei nostri in patria, si seppe dello champagne che quella notte circolò a fiumi e del tuffo collettivo nella piscina di un albergo a cinque stelle come logica esplosione di una gioia senza limiti. Si seppe pure della notte in bianco di un giornalista (l’unico al seguito) smanioso di far sapere al suo giornale e agli italiani quello che era successo e furibondo perché impastoiato dal fuso orario. 

23 LUGLIO 1977.  Il driver di Delfo è Sergio Brighenti, emiliano di origine e milanese di adozione. Per gli amici ‘el negher’, per i suoi tifosi ‘il pilota’. Brighenti conosce gli americani e il loro modo di correre, conosce il collega francese Jean René Gougeon che guida il favoritissimo Bellino II, conosce il suo Delfo e soprattutto conosce… Brighenti, l’uomo che una volta mi disse: ‘dammi un leone, io lo porto in pista e vedrai che lo faccio vincere’. 

Ebbene Brighenti ancora una volta fa a modo suo, cioè si batte per la vittoria e non per un semplice piazzamento. E alla fine ha ragione lui. Delfo va in testa, Brighenti sa come amministrarlo lungo il percorso sicché nella breve retta d’arrivo Delfo ha tanta energia da sfuggire tranquillamente al gigantesco Bellino II. Davide può mettere nel sacco Golia anche in una corsa al trotto. 

23 LUGLIO 1977.  Il giorno dopo Delfo ha gli onori della ribalta e nessuno immagina che di lì a poco il trottatore campione del mondo rischierà di morire. Successe che durante il volo di ritorno in Italia il cavallo si imbizzarrì di brutto, forse per qualcosa che gli procurava fastidio ai posteriori, e fu miracolosamente calmato dal suo groom pochi minuti prima che il comandante dell’aereo lo uccidesse perché metteva a repentaglio la sicurezza di tutti. 
Mi è sempre piaciuto pensare che il nume protettore dei cavalli non abbia voluto una fine così ingloriosa per il campione del mondo 
 
Nel 1843 la società viene ricostituita come una sezione del Circolo dell’Unione47, club dalle
caratteristiche anglosassoni fondato nel 1841, sopra il caffè “Cova”48 e che radunava gran parte della gioventù patriota milanese negli anni di poco precedenti le Cinque giornate. Il circolo è attivo ancora oggi49, come a Firenze, Lucca o Venezia. Proprio nel Granducato di Toscana, troviamo nel programma di corse alle “Cascine”50 del 1840 e del 1841, quindi due anni prima la fondazione del Circolo milanese, la Corsa dell’Unione51 e questo fatto non dovrebbe sorprendere più di tanto sericordiamo la celebre risposta che il Granduca Leopoldo II diede all’ambasciatore austriaco che si
lamentava che in Toscana la censura non faceva il suo dovere: ma il suo dovere è quello di non
farlo! (Diaz, Migliorini, Mangio, 1997). A Firenze d’altronde si correvano le corse più belle ed
emozionanti del secolo raggiungendo livelli di denaro mai visti prima nel gioco delle scommesse52 e durante la riunione autunnale del 1838 troviamo ben tre giornate lavorative di corse, ottimaoccasione per le relazioni politiche e diplomatiche (Calabrini, 1955; 1958). 

Nel 1845 un articolo comparso sul “Corriere delle Dame” (1845) non manca di mettere in
evidenza, oltre alla presenza delle maggiori autorità militari e civili, l’entusiasmo degli spettatori
per questo nuovo genere di spettacolo che il governo austriaco favoriva anche per distrarre la
popolazione dalle vicende politiche che in quei giorni iniziavano a creare una certa agitazione.
 La società, dopo i moti del 1848, viene rifondata nel 1856 svolgendo la sua attività fino al
1861. In questo periodo le corse a Milano, prima dell’avvento del nuovo Stato Italiano,
avvenivano di regola alla fine dell’estate e si svolgevano nelle brughiere di Garbagnate e Senago e non più in Piazza d’Armi “allo scopo di sottrarsi per quanto fosse possibile alle esigenze militari e politiche di un governo straniero” (“La Caccia”, 1876) e l’autore ricorda di aver visto una volta un fantino trasportato dal Piemonte a Senago solo per correre, per poi farlo immediatamente ripartire affinché non fosse arrestato perché renitente alla leva austriaca. Qui, in questa vasta brughiera circondata da colline e montagne le corse ebbero inizialmente un certo successo ma col tempo

l’entusiasmo diminuì complice la distanza e la scarsità dei mezzi di trasporto messi a disposizione per raggiungerle. Nell’ottobre del 1859, per festeggiare la ritrovata libertà dopo la vittoriosa campagna contro gli austriaci (battaglia di Magenta – giugno 1859) la società organizza una riunione che si chiudeva con una prova sugli ostacoli54 fra i cavalieri delle due nazioni alleate contro l’Austria assumendo, in questo modo, il valore di una competizione internazionale. Una delle ultime riunioni tenutesi a Senago e Garbagnate. Di quello stesso periodo è la notizia anche di una “Società delle Stalle dei Cavalli da Corsa” con sede a Covreno (oggi Copreno), a metà strada tra Milano e Como. Raggiunta l’Unità d’Italia le corse tornano in piazza d’Armi ed è del 1875 la notizia dell’idea di fondare una Società Ippica Nazionale, che abbracci gli interessi ippici non solo della Lombardia ma di tutta Italia (“La Perseveranza”, 1875), precorritrice di quella che sarà in futuro la S.I.R.E. (Società Incoraggiamento Razze Equine). Promotori sono il Nobile Marchese


Massimiliano Stampa Soncino ed il Capitano Venini, ma di questo progetto, nonostante le ricerche fatte, non si ha poi più notizia. Frattanto a Firenze nel 1862 aveva preso avvio l’Associazione Ippica Italiana che comprendeva Napoli, Firenze, Bologna, Milano e Torino, unione a cui il decreto del Ministro Cordova del 1862 assegnava un contributo annuo di cinquantamila lire. Nel 1868 si costituisce la “Società Livornese per le Corse dei Cavalli” e rifondata quella di Palermo, un anno dopo vengono create la “Società delle Corse di Cavalli in Modena” e la “Società Ippica Toscana”. Il 1877 vede poi la costituzione della “Società Ippica Varesina”, nata per iniziativa di un “gruppo di giovanotti che villeggiavano sul Lago di Como, a Villa d’Este, società in ‘miniatura’ che si propone di farne [nda di corse] già quest’anno”, riallacciandosi alla tradizione dell’antica Società di Lombardia risorta più che venti anni prima (“Gazzetta Ippica Italiana”, 1875) e rifondatasi nel 1880 per organizzare le corse durante i giorni dell’Esposizione Industriale del 1881.
A Varese, per la prima volta in Italia, viene istituito nel recinto dei commissari il luogo delle
scommesse, rappresentato dall’allibratore francese Henri Carra “il quale fece buoni affari,
quantunque la cosa per sé nuovissima lasciasse perplessa la maggioranza degli spettatori”
(Calabrini, 1955, p. 786).


Una nota interessante: dai documenti raccolti dal Calabrini risulta come la rifondazione della
Società Lombarda per la grande manifestazione del 1881 a Milano sia stata possibile grazie ad un appello a sottoscrivere l’adesione lanciato dal giornale milanese “La Caccia” nel numero del 1° luglio 1880 e non, come comunemente si ritiene dalla neonata Società Ippica Varesina. Inoltre,come si può constatare da questo breve resoconto storico che copre i primi ottant’anni delle corse  sportive lungo il frammentato territorio italiano, la disciplina si diffuse in area lombarda ben prima del 1880 (Landoni, 2010), anno che vede la pubblicazione della prima edizione dello stud-book italiano a cura del Ministero dell’Agricoltura, la cui stesura era stata iniziata nel 1873.

 “La fiorente Società Ippica Varesina, seguendo il consiglio di molti suoi soci, ha in idea di
prendere l’iniziativa perché l’anno venturo a rendere più brillanti le feste dell’Esposizione, anche a Milano, come in tutte le principali città d’Italia, abbiano luogo delle grandi corse di cavalli. Sarebbe ottima cosa se quelli della Società Varesina – la quale per lustro di nome, mezzi finanziari e per l’intelligenza ed energia di cui dié spesso prova – le organizzassero, sarebbe la migliore garanzia...
Noi desideriamo che le corse si facciano, e mettiamo a disposizione di tutti coloro che dividono il nostro desiderio, le colonne del giornale onde vi si discutano liberamente le loro idee, paghi di aver contribuito non solo al decoro, ma all’interesse della nostra Milano; l’idea è caduta in buon terreno: ci è stato scritto da ogni parte e detto che sarebbe vergogna ove l’Esposizione milanese non avesse ancheil corredo delle corse. La Varesina però (ed avrà le sue buone ragioni) non si è fatta viva, così noi abbiamo diretto da Milano una circolare a tutti gli ‘sportsmen’ in data 10 luglio 1880, ai governanti principali, ai dilettanti, alle autorità, alle persone aventi interesse diretto e indiretto; inutile torna rammentarne i vantaggi, pur comprendendone le difficoltà, ma sarà certo incoraggiata da immancabile successo, ogni anno in primavera, una riunione di corse. Nel suddetto ufficio di Piazza San Carlo 2 sarà ostensibile lo schema di Statuto modificabile ed ampliabile in una prossima sessione dei Soci Fondatori; pregasi, nella lusinga, di un’adesione anche solo per iscritto.

La ‘Caccia’ vuol solo servire di tramite alla costituzione di una Società, è uno sconcio che la città delle grandi iniziative non ne abbia!” (Ivi p. 769, La Caccia, 1880).
Il 1° agosto “Lo Sport” (Ibidem, 1880) comunicava che all’appello avevano aderito più di
quaranta persone. La realtà sulla fondazione della Società Lombarda è quindi molto diversa da
quanto è sempre stato pubblicato: artefice e principale socio promotore, fu un giornale. Il 1°
gennaio 1881, a Roma, il Congresso Ippico Nazionale pubblicò l’elenco dei soci fondatori del
Jockey Club italiano55 iniziando a regolamentare le corse in modo uniforme e a monitorare lo stato delle piste degli ippodromi.

 Nel 1919, sotto la guida di Emilio Turati, la Società Lombarda diventerà la già nominata Società
Incoraggiamento Razze Equine (SIRE) che ricoprirà un ruolo di prima importanza nel periodo tra le due guerre (Landoni, 2010) e a cui si deve la realizzazione dei “moderni” impianti di San Siro. 1.5 San Siro si apre alla modernità (1884-1920)
La grande Esposizione Industriale Nazionale del 1881 rappresenta per Milano il momento per
mettersi in evidenza, su scala internazionale, come la città italiana più avanzata sulla via
dell’industrializzazione e del progresso scientifico. 
Milano, Palazzo dei Giureconsulti, “[..] sede della Camera di Comm

La mostra segna la prima affermazione del mito di Milano come città industriale (Decleva, 1980)
e una ricerca di Ilaria Barzaghi (2009) mette in luce come la sua rappresentazione, da parte delle
riviste illustrate dell’epoca, avvenga attraverso immagini pensate ad hoc, svelando stampe
sapientemente rielaborate a volte partendo da una semplice e rudimentale fotografia, dove la
strategia comunicativa è diretta esclusivamente, salvo rare eccezioni, a un pubblico nobileborghese, dettaglio facilmente deducibile dai modi e dal tipo di abbigliamento scelto, e dalla generale mancanza di figure rappresentative dei ceti più popolari.

“Risulta chiaro che l’Esposizione fu un evento in grado di stimolare e coagulare 
Inoltre, benché l’Esposizione, la seconda nel giro di pochi anni, debba essere considerata come
un primo tentativo per spronare l’ancora frammentata politica economica del paese verso lo
sviluppo industriale e il sapere scientifico, sembra essere in realtà una grande ‘vetrina’ del piccolo artigianato e della produzione di piccola serie, non essendosi ancora sviluppata né una salda industria del carbone e del ferro, come in Francia, né un’economia fondata sulla produzione di massa delle macchine da usare nelle fabbriche, come in Inghilterra (Quintavalle, 2009). Eppure era assolutamente necessario dare avvio a un processo di confronto con le altre città europee e in questo tentativo “costituiva un elemento frenante l’assenza di un partito della borghesia imprenditoriale, un partito conservatore ma non passatista, capace di difendere le istituzioni nate dalla soluzione moderata del processo risorgimentale, ma aperto alla modernizzazione borghese positivista”

(Barzaghi, 2009, p. 31). D’altra parte, sottolinea Barzaghi, siamo nella fase iniziale del capitalismo editoriale e cosa di più forte ed efficace se non una ricercata e massiccia comunicazione visuale può far presa sulla cultura sociale e le percezioni individuali? In questo modo l’auto-esposizione della classe dirigente, attraverso la scelta solo apparentemente incoerente di schemi estetici del passato che esaltavano il buon ceto sociale, la ricchezza e la raffinatezza degli ambienti e delle buone maniere, era in realtà finalizzata a sottolineare rigidamente le differenze sociali, e ne erano destinatari, oltre che le classi subalterne, la borghesia stessa, dal momento che il suo più grande sforzo era proprio quello di presentarsi come storicamente legittimata a succedere all’aristocrazia (Ibidem). In questo modo l’Esposizione fu uno spettacolo che fissò, anziché mobilizzare, i ruoli sociali, diffondendo regole spesso esclusive e discriminanti, dove quel che vi è di popolare è la partecipazione, così scrivono Linda Aimone e Carlo Olmo (1990), a patto di indagare poi anche le modalità e i ruoli dello stesso intervento popolare (si tratta di spettatori, comparse, attori o tutti e tre?), aggiunge Barzaghi (Aimone, Olmo, 1990; Barzaghi, 2009, p. 26). Compito principale di tuttele Esposizioni di quel periodo storico era quello di “socializzare la modernità”, in quanto “giganteschi e complessi apparati mass-mediatici, dotati di un gran potere di persuasione e di una grande capacità mitopoietica, in cui aveva un ruolo preminente la comunicazione visuale”
(Barzaghi, 2008, 26), il cui ruolo principale era quello di mostrare “la modernità sociale della vita
urbana, a cui le esposizioni sono organicamente legate”

(
Alcuni anni precedenti all’Esposizione, nel 1876, volgeva al culmine la grande lotta per la
sistemazione definitiva del “cavallo per eccellenza” in Italia e “la stampa ippica moltiplicava la sua azione e colpiva in breccia ogni argomentazione contraria” (Calabrini, 1955, p. 627). Già una
ventina d’anni prima, nel ’54, dal Giornale della Società Nazionale delle Corse si poneva il
problema, con toni che sorprendentemente richiamano quelli usati a Palazzo dei Giuriconsulti. 
La “Gazzetta Ippica Italiana”, fondata nel 187357 e che in quegli anni aveva dovuto raddoppiare
la sua produzione58, scriveva e annunciava: “... non stanco di ripetere: se volete molti e buoni
cavalli promovete e incoraggiate le corse; è un assioma ormai compreso da tutti i Paesi civili del
Mondo, ma in Italia non ha potuto farsi riconoscere sinora. Milano, la città delle grandi iniziative edei fermi propositi è la prima che abbia concepita l’idea di fondare un giornale illustrato per lo sport in Italia ..., La Gazzetta Ippica Italiana, 1 Gennaio 1876).

“La Caccia” iniziò le
sue pubblicazioni il 12 maggio 1876 con due uscite al mese e nel 2° numero uscì un articolo sulla
“questione ippica” in cui ci si chiedeva a chi attribuire la decadenza delle razze italiane. Forse, a
una sbagliata politica dei Depositi Stallonieri Governativi che, invece di valorizzare gli esemplari
presenti nel Regno, preferisce rivolgersi all’estero, a causa anche del forte predominio che sta
esercitando il purosangue inglese, complici le corse? O, più semplicemente, si trattò di un declino da attribuire all’assenza di persone competenti e a irrazionali resistenze e pregiudizi culturali? La questione, che spesso assunse i toni di un botta e risposta tra “La Gazzetta Ippica Italiana” e “Il Zootecnico”, due dei principali giornali del settore, continuò incredibilmente a preoccupare il governo fino al 1932, anno in cui fu istituito, con regio decreto del 24 maggio n. 624, l’UNIRE 59 e che, inaspettatamente, dopo una cinquantina d’anni di “quiete”, col volgere del millennio, si è riproposta prepotentemente, pur con nuove, ma non meno allarmanti, caratteristiche.

Vedremo in seguito di cosa tratta questa post-moderna questione ippica, per il momento cerchiamo di comprenderne la natura e l’importanza in quel periodo storico, che costituisce un passaggio fondamentale per provare a capire l’identità genetica dello sport ippico nel contesto nazionale e provare ad avanzare delle ipotesi e delle critiche sul suo attuale sviluppo.

“Le cose ippiche in Italia sventuratamente non sono prese sul serio, il Governo si accorger
Principalmente erano due le tematiche su cui si discuteva, connesse tra loro e che davano origine ad una serie di altri problemi di non minore importanza: lo sviluppo delle razze equine italiane e l’atteggiamento nei confronti del purosangue inglese e delle corse più in generale. Il primo problema sollevava questioni circa l’utilizzo e l’amministrazione dei Depositi Governativi e delle razze che si volevano sviluppare e mantenere, dove e per quali usi.

Il tema coinvolgeva direttamente le attività politiche del Governo interessando due Ministeri contemporaneamente, quello della Guerra e quello dell’Agricoltura, e imponeva di prestare attenzione a vari problemi, a partire da quello economico60, per considerare aspetti riguardanti la loro gestione (se pubblica o privata) e amministrazione (nel 1862 fu cambiato, ad esempio, il personale da militare a civile61); ma anche quali rapporti instaurare con gli allevamenti privati e dove reperire gli stalloni e se mantenere la monta gratuita o passare a quella a pagamento62, etc. Nel 1909 la Società costruirà una pista di allenamento a poca distanza dall’ippodromo, su
un’area appartenente a una fornace del Comune di Trenno77 (Parini, 2005) e una serie di altre
strutture a supporto dell’attività: le scuderie, un trottatoio coperto di circa 500 metri di lunghezza e uno più piccolo per passeggiare, tondini per la doma, etc.

Tutta l’area è soggetta in questo periodo a una radicale trasformazione grazie agli investimenti che vengono principalmente dalla nuova classe imprenditoriale e con il concorso della Società: nascono le Scuderie di Trenno, la Tesio-Incisa, la Forlanini, e ancora la Ramazzotti, la Berlingeri, la Lorenzini, etc. Gli stili architettonici dominanti sono quelli del cottage inglese o della cascina normanna dove “gli alti tetti spioventi e le camere d'aria ricavate tra le coperture e la soletta del primo piano, la vastità dei fienili costituiscono un'efficace espediente tipologico studiato per consentire la conservazione di una temperatura costante a beneficio dei cavalli” .

Il complesso che ospita le vecchie scuderie costruite a quel tempo dalla Società, insieme all’ippodromo del galoppo e alla pista di allenamento di Trenno,sono state vincolate come monumento nazionale nel 2004 dalla Sopraintendenza regionale per i Beni e le Attività Culturali della Lombardia78. Il successo continuo delle corse come fenomeno sportivo e culturale, l’incremento demografico e l’accresciuta mobilità della popolazione grazie alpotenziamento del sistema di trasporti pubblici urbani ed extra-urbani79, convincono nel 1911 la Società Lombarda a indire un concorso pubblico internazionale volto ad ampliare e arricchire l’ippodromo allora esistente.

Sarà proprio il sistema del trasporto pubblico e, in particolare, quello dell’industria dei trasporti, il tema dell’Esposizione Internazionale del 1906 di cui una parte si tenne nell’area del nuovo parco Sempione, appositamente piantumato per l’occasione, collegata da un trenino elettrico a quella che era stata allestita nella nuova Piazza d’Armi, a un paio di chilometri di distanza. Una ruota alata ferrata lanciata verso il traforo del Sempione era il logo realizzato da Adolfo Hohenstein e scelto per questo evento che, “per ampiezza e dimensioni, è quanto di più simile a un’esposizione universale che abbia mai avuto luogo in Italia” (Barzaghi, 2008, ).


Il nuovo impianto venne inaugurato nel 1920, ma i lavori cominciarono già nel 1914 e furono
interrotti a causa del primo conflitto mondiale. Il progetto vincitore, degli architetti Paolo Vietti Viori e Arrigo Cantoni, fu ulteriormente modificato per la decisione della Società di ricostruire
completamente l’ippodromo e modificare il tracciato della pista da corsa. Le tribune, costruite in cemento armato80, potevano sopportare carichi maggiori e permettere una maggiore visibilità,utilizzando ballatoi e coperture a sbalzo sopra le gradinate; l’asse principale non fu più orientato in direzione nord-sud, come nel precedente impianto, ma est-ovest in modo che tribune e spettatori potessero trovarsi rivolti a nord eliminando fastidiosi inconvenienti dovuti a situazioni di controluce. La nuova disposizione permetteva anche di trovarsi molto più vicino, quasi comodamente a ridosso, della pista di allenamento e delle sue strutture e potervi così facilmente accedere (Parini, 2005).


“La Società promotrice dell'opera non volle creare edifici completamente isolati in mezzo 
Servizi per la toeletta, elettricità, illuminazione notturna delle piste per le corse estive, telefono,
telegrafo, posta pneumatica, macchina coi nastri che regolarizza la partenza, cinematografia al
traguardo che garantisce gli ordini di arrivo, servizi di segnalizzazioni e cronometrici, impianto
idrico, sono le dotazioni tecniche adottate nel 1920 (Ibidem).

Negli anni Cinquanta si aggiunge una seconda pista per l’allenamento, adiacente a quella di
Trenno e nuovi spazi per le scuderie (1950 circa). La pista Maura, che prende il nome dalla cascina
proprietaria del terreno su cui è stata costruita, si unisce a quella di Trenno nel punto finale della dirittura che costeggia l’omonimo parco, e fu pensata originariamente per potersi collegarsi essa alla prima in modo da permettere un severissimo training di allenamento su una distanza di oltre 3000 metri. Le tre piste sono tutt’ora ben visibili dall’alto e assumono una caratteristica forma che ricorda una forbice.


Alla fine degli anni Cinquanta il quartiere ippico aveva raggiunto una propria uniforme identità,
sul modello dei più grandi e rinomati centri di allenamento inglesi e francesi, in particolare quelli di Newmarket e Chantilly82. Si presentava come un nuovo quartiere nella città di Milano, una vera epropria “città-giardino” (Parini, 2005; Righini, 2009), che prolungava nel tempo quella suggestivaimmagine di una città immersa nel verde che aveva ispirato Hemingway durante una visita al vecchio ippodromo di San Siro83


. Il Novecento e la modernità sportiva Agli inizi del Novecento le corse sono un evento sportivo capace di attirare un gran numero di spettatori, quasi un fenomeno di massa e una conferma di questo è la decisione di ampliare il vecchio impianto di San Siro dopo solo dieci anni di attività. In quel periodo in Italia erano attivi 14 ippodromi e altrettante società di corse e il complesso del montepremi raggiungeva il mezzo milione di lire85 (Gianoli 1991). Ben prima del definitivo sviluppo di molti altri sport che avviene durante i primi vent’anni del secolo86, l’ippica è un fenomeno sportivo già ampiamente diffuso sul territorio con i tratti e le caratteristiche che contraddistingueranno lo sport del Novecento come un prodotto della modernità (Porro, 2001).

Consolidatesi in ormai quasi due secoli di attività87 le corse hanno svolto un ruolo importante probabilmente anche nel delineare alcuni aspetti propri delle altre discipline sportive, analogamente a quanto avvenuto con lo stesso termine Derby che si è velocemente diffuso e sta a indicare un evento sportivo particolarmente importante (soprattutto nel
calcio o nella pallacanestro) con la caratteristica principale di mettere a confronto le squadre della stessa città. I collegamenti a quella corsa del 1780 fanno emergere velatamente alcune domande.
Allen Guttmann (1978) individua un percorso composto da alcuni fattori culturali che
caratterizzano le attività e le pratiche sportive che si consolidano in epoca moderna89.

Vediamo cosa succede se applichiamo questa riflessione allo sport ippico nello specifico e tenendo conto
delle sue origini storiche. Il primo passaggio, costituito da un costante processo di secolarizzazione della società, si manifesta simbolicamente anche attraverso il gioco delle scommesse che, come visto precedentemente, era già in voga durante l’Impero romano e a Firenze dove, a partire della prima metà dell’Ottocento, era un fenomeno assai diffuso e raggiungeva volumi di denaro molto elevati: “si giocava accanitamente nei ridotti dei grandi teatri, durante le rappresentazioni, dopo i  balli, dovunque” (Gianoli, 1991, p. 353). Questo collegamento diretto con il denaro, pubblicamente ostentato, rappresenta l’essenza stessa dell’indifferenza perché, come scrive Francesco Mora (2010,
, “il fine del denaro non è in se stesso, ma nel suo trasformarsi in altri e differenti valori”.

Alle corse dei cavalli, a cui veniva facilmente accostata un’idea di passatempo frivolo e pericoloso, tanto da indurre lo Stato Pontificio a proibirle nel 1855, per una decina d’anni, fino al 1864 (Calabrini,1955, Gianoli, 1991), bisogna applicare una particolare interpretazione del suo mondo sociale.

Ripensando alle corse delle bighe romane troviamo i germi di questo fenomeno: un’attività che,
benché ancora fortemente legata alla simbologia sacrale e divina nei confronti della storia e del
destino dell’eroe-imperatore90, inizia a definirsi come una competizione altamente strutturata e tecnicizzata, ovvero con un alto livello di specializzazione, che rappresenta il terzo tratto distintivo della modernità sportiva. In questo contesto prevale l’agonismo, forme di tattica e strategia, tecnica nella guida: tutto è finalizzato al raggiungimento della prestazione migliore e al risultato.

Questa alta strutturazione che caratterizza l’evento lo compenetra in ogni sua parte, e si rivolge sia ai corridori che agli spettatori. Emblematico di ciò sono la complessità architettonica e tecnica del circo, le diverse fazioni delle tifoserie organizzate come hooligan contemporanei, il clamore dell’evento capace di coinvolgere, molto prima del suo epilogo, diverse sfere della vita pubblica,oppure il fatto stesso che si tengano, con estrema precisione, le statistiche dei risultati e dei cavalli vincitori, anticipando di quasi un millennio il moderno bookmaker91, lo stud-book92 inglese e l’albo dei risultati.
continua
 
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