Nel 1929 crolla la borsa di Wall Street con effetti destabilizzanti su tutta l’economia mondiale. Anche in Italia arriva la crisi e colpisce soprattutto i settori legati alle esportazioni.
La crisi colpì tutta l’ippica europea con forti cali delle scommesse: la principale fonte d’entrata per le società che gestivano le corse. Con la riduzione delle scommesse diminuiscono anche i premi distribuiti.
Se nel 1929 i premi ammontavano complessivamente ad oltre 30 milioni. nel 1931 si scende a 24 e nel 1934 solamente a 19 milioni.
Al contrario gli ippodromi continuarono ad essere strapieni di pubblico.
Ancora nel 1931 il rischio che l’intero comparto colasse a picco sotto i colpi della recessione era forte: bisognava evitare la bancarotta.
INTERVISTA DOMENICO MORI
Agli inizi degli anni trenta è Milano la capitale dell’ippica italiana. Nel 1919 la “Società Lombarda” si trasforma nella Sire, Società d’incoraggiamento delle razze equine, che nel 1932 raggiunge le cento giornate di corse al galoppo con 12 milioni di premi.
Sempre nel 1932, su richiesta di molti proprietari, veniva ripristinato il sovraccarico di due chilogrammi per i cavalli stranieri nelle principali corse al galoppo.
E per fronteggiare la recessione, nell’aprile dello stesso anno, Tesio fa entrare nella sua azienda il marchese Mario Incisa della Rocchetta, cedendogli il 50% delle attività per la bella somma di 4 milioni.
E’ questa la cornice in cui viene fondata, nel 1932, dell’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine. L’Unire, costituito presso il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste in collaborazione con i competenti organi del Ministero della Guerra, è un ente morale con il compito di “uniformare tutte le manifestazioni ippiche del Regno traverso le grandi società ippiche: Jockey Club, Società degli Steple-Chases, Unione Ippica Italiana al trotto e Società per il cavallo italiano da sella”. Fin dalla sua nascita all’Unire non mancano le polemiche. Sono principalmente le quattro federazioni a scalpitare per paura di perdere la loro autonomia e identità. Il decreto 24 maggio 1932, n. 624, che istituisce l’Unire, non fa cessare però i contrasti.
Tra il 1932 e il 1933 le principali società di corse mutano la ragione sociale: da società anonime fondiarie si trasformarono in società anonime industriali, favorendo la loro ripresa finanziaria.
Gli anni trenta si caratterizzano per l’ascesa dell’ippica come fenomeno mondano. Ai primi di maggio, al Derby delle Capannelle, fiumi di spettatori, dove si potevano vedere il re, i principi della casa reale, i personaggi più in vista dello Stato, della diplomazia, delle forze armate, e del partito fascista.
Nel 1935 nasce il Gran Premio di Merano, la “madre” di tutte le corse dell’ostacolista italiano.
Un cambiamento più profondo arriva nel 1936, con la modifica delle denominazioni delle quattro federazioni in: Ente Nazionale per le Corse in piano, Ente nazionale per le Corse con ostacoli, Ente nazionale per le Corse al trotto, Ente nazionale per il Cavallo italiano. Le federazioni sono poste sotto la vigilanza del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste “che la esplica a mezzo dell’Unire”. L’anno seguente la Società del Cavallo italiano viene staccata dall’Unire e posta alle dipendenze dirette del Coni.
La nascita dell’Unire e le successive modifiche, riuscirono però a risanare la grave crisi in atto, che si accentuò nella seconda metà del decennio, facendo registrare una produzione di cavalli insufficiente rispetto alla moltiplicazione degli ippodromi e delle gare.
Nel 1936 la media delle nascite è scesa a poco più di 200 esemplari: restano sulla breccia meno di 700 cavalli per contendersi oltre 1.500 corse.
La medicina per curare il settore è molto amara: prendere all’estero quanto manca da noi. Ma la necessità di importare cavalli da corsa va a scontrarsi con la nuova politica autarchica sancita dal fascismo dopo la conquista dell’Etiopia e il varo delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni. Un’ondata di esasperato nazionalismo che ha i suoi effetti anche sul vocabolario dell’ippico. Abolita la terminologia inglese, prevalente fino ad allora, il driver diventa guidatore; l’outsider, sorpresa o inatteso; il sulky deve essere sempre sostituito da sediolo; il turf è il terreno di corse e lo starter, mossiere.
Il Duce vuole l’italianità anche nei nomi dei cavalli: e il saltatore irlandese di Tonino Gutierez, Frotblower passerà alla storia come Osoppo. Un cambio disorienterà l’animale che nell’edizione nel ’38, con un salto di due metri e 44 centimetri si aggiudicherà un primato di elevazione ancora imbattuto.
Nonostante l’autarchia continuò l’importazione di cavalli dagli Stati Uniti.
I risultati sportivi di degli anni trenta sono importanti, qualcuno li definisce il periodo d’oro dell’ippica italiana. Nel galoppo emerse una generazione insuperata di fuoriclasse. Mai nella storia dell’ippica italiana si ebbero nel giro di pochi anni cavalli del calibro di Bogara, Crapom, Navarro, Archidamia, Donatello II, Nearco, Bellini, per dire solo dei maggiori.
Dal trotto emergono i colori della scuderia Mangelli che mietono successi sulle piste di tutta Europa. In quel periodo ben sette edizioni del Prix d’Amèrique furono vinte da cavalli appartenenti a scuderie italiane, e il Prix fu definito dagli stessi francesi “Premio degli italiani”.
I campioni dell’ippica al pari della nazionale di Piola e Meazza nel calcio, di Binda nel ciclismo, di Nuvolari nell’automobilismo, di Carnera nel pugilato. In quel decennio lo sport diventa in Italia un importante strumento di esaltazine del nazionalismo tra le masse.
Il primo cavallo- eroe nazionale è Nearco.
Nel 1937, quando a due anni vinse tutte le sette gare a cui partecipò.
A tre anni replicò il record di vittorie.
Il 26 giugno 1938, dopo aver battuto nell’ultima corsa i vincitori del Derby francese e inglese, fu venduto come stallone per 2 milioni –ironia della sorte- a un sindacato inglese!.
Lo scenario dell’ippica cambia bruscamente alla vigilia dell’entrata in guerra con il divieto dell’esodo di valuta e il mancato arrivo di purosangue dall’estero.
Gli anni quaranta: ARCHIVIO GUERRA
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra dell’Italia, ma le attività sportive non furono bloccate e gli sport ippici mantengono il calendario nazionale, tuttalpiù vennero introdotte coltivazioni al centro di alcuni ippodromi -a mo’ di orto di guerra- come testimoniano queste balle sul circuito di Arcoveggio a Bologna.
Per tutto il 1941 il variegato mondo dei cavalli non sembrò scosso dal tragico destino che incombeva sul mondo.
All’inizio degli anni quaranta scompare dalla scena ippica una gloriosa scuderia guidata da un personaggio straordinario. Luchino Visconti, che dal 1936, dopo un incontro a Parigi con Renoir si è dedicato completamente alla regia cinematografica. La sua gloriosa scuderia vince ancora 4 gare nel 1942 con una cavalla dal nome volutamente provocatorio, Coca-Cola.
Il 1942 si è aperto con una grande novità per il futuro dell’Unire: con legge del 24 marzo viene stabilito che “la facoltà di esercitare totalizzatori e scommesse al libro per le corse dei cavalli, tanto sugli ippodromi quanto fuori di essi”, è esclusivamente riservata all’Ente.
Ma il 1942 è anche l’anno dei riflessi sull’ippica della campagna antisemita voluta dal fascismo.
Un comunicato del 26 settembre 1942 stabiliva che, in seguito a disposizioni emanate dall’Unire, “gli appartenenti alla razza ebraica erano esclusi dal partecipare alle corse”.
Nell’ottobre del 42, in piena guerra, il Duce decide, di sospendere da quel momento ogni tipo di gara. E non serve nulla un incontro di Tesio e Mangelli, in rappresentanza degli allevatori italiani, e Mussolini.
Governo e Unire non hanno i mezzi per affrontare l’emergenza di cavalli che morivano letteralmente di fame.
Un accordo con i tedeschi vide il passaggio aldilà del Brennero dei migliori prodotti dell’allevamento italiano, in cambio di biada, fieno e paglia e la promessa che il personale di scuderia non fosse arruolato nell’esercito o mandato in Germania.
Le corse riprendono -in mezzo a bombardamenti, strade dissestate, distruzione di ponti- tra il ‘43 e il ‘45 corse con una certa regolarità solo a Milano e Varese e, con diverse pause, a Torino.
Varese divenne anche, dopo l’8 settembre, la sede provvisoria dei principali enti e società italiane tra cui lo stesso Unire.
Il 1945 segnò l’anno della ripresa anche per l’ippica. In tutta Italia la stagione iniziò il 13 maggio. Vi furono anche dei momenti di partecipazione emotiva che andarono al di là degli appassionati. Appena possibile l’Unire e le altre grandi società tornarono alle loro sedi origine.
Nel dopoguerra prende vita un’idea nata nel 1944, nel buio del campo di concentramento di Point de la Morge nel cantone Vallese, in Svizzera.
Massimo Della Pergola è un internato. In quei giorni, il giornalista ebreo, pensa ad un concorso a pronostici basato sui risultati del calcio, attraverso i simboli 1-X-2.
Dopo la guerra, 3 settembre 1945 Della Pergola fonda con Geo Molo e Fabio Jegher, la SISAL, acronimo imperfetto di Sport Italia Società a Responsabilità Limitata. Il 13 ottobre 1945, parte il concorso, con un successo senza precedenti. Dopo 94 settimane il Coni lo espropria nazionalizzandolo. Della Pergola non si arrende, Molo e Jegher sono amanti dei cavalli: nasce il Totip, concorso pronostici sulle corse dei cavalli, il totocalcio dell’ippica.
In quegli anni comincia a brillare la stella di Mistero, della scuderia Mangelli, vincitore nel ‘46 del prestigioso Prix d’ Amerique. La fortuna di Mistero è dovuta anche a due allenatori tra i migliori mai conosciuti in Italia: Ugo Bottoni e Romolo Ossani.
L’ippica nel frattempo beneficia di una disposizione dell’allora ministro delle finanze Scoccimarro, che abbassa dal 43 al 18 per cento la quota di prelievo dello Stato sulle scommesse.
I premi erogati dall’Unire nel trotto passano dai centocinquantamilioni del ’45 ai 297 milioni del 1946.
Nel 1947 esplode nel galoppo Tenerani, un cavallo della Dormello-Olgiata, che darà il meglio di se nella riproduzione: da lui proviene nientemeno che Ribot.
Nel 1950 gli ippodromi in attività erano 41: 17 al nord, 13 al centro e 11 al sud. L’impianto più prestigioso rimaneva San Siro.
Gli anni cinquanta e sessanta
Risale ai primi tempi dell’era della televisione e, per gli italiani, ai primi tenui segnali di un più sereno clima di vita, l’inizio di Lascia o Raddoppia la trasmissione condotta da Mike Buongiorno che in brevissimo tempo fa diventare i suoi concorrenti, eroi e protagonisti del costume nazionale, tanto che nel 1956 gli dedicò un film interpretato da Totò. La trama è nota. Un’anziana stravagante nobiluomo, il duca Gagliardo della Forcoletta decide di partecipare al programma di Buongiorno nella certezza di portare a casa 5 milioni grazie alla sua sterminata conoscenza dell’ippica.
A spingere la passione soprattutto tra la metà degli anni 50 e gli inizi del decennio successivo, erano state le imprese dei fuoriclasse degli allevamenti italiani.
Le antiche e prestigiose corse della tradizione italiana, a cui si aggiunsero nel ‘50 numerose altre manifestazioni, videro emergere alcuni interessanti campioni. Sfavillante avventura di Ribot. Nato nel ‘52 da Tenerani e Romanella, il purosangue allevato da Tesio e appartenente alla scuderia Dormello Olgiata si impose come il più forte cavallo da corsa del mondo. Una potenza che gli consentirà di terminare imbattuto la carriera agonistica.
ecco apparire Ribot. Ovvero, molto semplicemente, quello che in tutto il mondo è considerato il migliore cavallo da corsa che sia mai nato. Su di lui, si sa tutto; sul suo carattere difficile, che solo la vicinanza del collega Magistris riusciva a placare; sulla sua eccezionale infilata di vittorie, che lo portarono in razza con l’aureola non di “imbattuto”, ma di “imbattibile”. Ribot è stato un eroe nazionalpopolare, dopo le macerie materiali e morali della guerra
Per la prima volta in Italia il tifo degli ippodromi, assumendo caratteri del tutto simili a quelli degli stadi o delle strade del ciclismo, andava oltre lo steccato dei tradizionali e competenti appassionati. Nel 1961 Molvedo, un figlio della prima annata di riproduzione dell’eroe dell’Arc de Triomphe, e di Maggiolina rinnovò, i fasti paterni in Francia tra l’entusiasmo degli sportivi italiani e i titoli cubitali dei giornali. A spingere gli italiani nei 28 ippodromi in attività contribuì non poco la televisione***. Il pomeriggio sportivo della domenica portò le telecamere anche negli ippodromi: le Capanelle e Longchamp divennero familiari ai telespettatori. Accanto agli assi del galoppo, un posto speciale lo conquistarono i grandi trottatori e i loro driver, primi tra tutti Tornese e Sergio Brighenti. Il possente cavallo italiano ebbe una lunga e fortunata carriera, che si concluse nel 1962 con un bilancio eccezionale: 130 vittorie su 221 gare disputate. Alla sua popolarità concorse la rivalità con un altro esemplare italiano, Crevalcore, protagonista nel 1960 dell’ufficioso campionato del mondo di New York. Gli anni cinquanta, del resto, si erano aperti con due trottatori diversissimi tra loro: il piccolo e veloce Ticino e il possente Altissimo. Nel 1951, anno in cui venne disputato per la prima volta il Lotteria di Agnano, avevano corso negli ippodromi italiani 1.799 trottatori in 3.772 gare. Minor popolarità tocco alla terza specialità degli ippodromi, la corsa ad ostacoli. Lo stesso Gran Premio di Merano, maggiore corsa italiana della specialità, ha visto spessissimo ai nastri di partenza cavalli importati, sebbene sia stato un purosangue italiano, Cogne, il primo a vincere, nel 1967 e nel 1969, per due anni, l’ambito trofeo. La stagione della grande popolarità in Tv degli ippodromi comincia proprio in quegli anni a scemare. L’espansione del calcio e l’ampliamento degli sport televisivi vano a penalizzare proprio l’ippica. Per sua fortuna il mondo del cavallo può contare su una formidabile carta a suo favore, quella delle scommesse. La legge del ’42, confermata nei sui tratti sostanziali nel 1947, assicurò un costante flusso di denaro a favore dell’intero settore, soprattutto grazie alle modifiche apportate nel 1958, che destinava una parte non più residuale dei proventi dell’Unire all’allevamento.
Per la corsa Tris, invece, l’idea viene mutuata dai francesi. Il merito della felice importazione va diviso tra Guido Berardelli e Alberto Giubilo, geniali nel pensare di proporre una trasposizione italiana del Tièrce francese. La prima Tris si disputò alle Capannelle, il 20 febbraio 1958. Essendo a cadenza settimanale, le prime 108 Tris si sono disputate in sole 5 città: Roma, Milano, Firenze, Napoli, Bologna.
Nel 1947 l’importo dei diritti erariali era stato di 508 miliardi, con un abbuono a favore dell’Unire del quaranta per cento. Cifra considerata, al netto dell’inflazione, destinata nel giro di un ventennio a quadruplicarsi, grazie all’incremento, varato nel ’55, del bonus fiscale al sessanta per cento. Nel 1969 gli italiani lasciarono ai botteghini delle sale da corse degli ippodromi e delle agenzie ippiche 120 miliardi una cifra ragguardevole se si pensa che il totocalcio incassò poco più di 81 miliardi.
All’espansione delle scommesse, non corrispose però un analogo sviluppo delle presenze negli ippodromi, tutto sommato pochi, e soprattutto scomodi. Di questo gli stessi dirigenti dell’Unire erano consapevoli, tanto da far chiedere loro, nel corso di un convegno del 1970, nuove risorse, oltre che per l’allevamento, per il rinnovo degli impianti.
Gli anni settanta
Il 30 aprile 1972 moriva Ribot. Aveva vent’anni e da 12 pascolava presso la Derby Dan Farm, in Kentucky, affittato per la riproduzione dal magnate americano Galbreath. Sempre nel 1972 chiudeva i battenti la Razza del Soldo, la blasonata scuderia, sulla breccia da oltre 8 lustri, di Mario e Vittorio Crespi: i proprietari del cotonificio Nembo e del Corriere della Sera, oltre che dell’omonima azienda elettrica. Più o meno nello stesso periodo la Dormello-Olgiata, straordinaria fucina di campioni dovette assoggettarsi a un compromesso obbligato. Cioè accettare una specie di Joint Venture col potente Al Maktoum, al quale vennero concesse delle fattrici dormelliane, coperte dal più affermato dei razzatori, Reference Point, in cambio di alcune monte da parte di prima serie dello sceicco del Dubai. Il disagio da tempo latente deflagrerà al cospetto dei profondi mutamente politici e sociali. Non è un caso che nel 1971, in pieno femminismo, venga rilasciata la prima patente di fantino professionista a una donna: Tiziana Sozzi. Il 27 agosto 1970, per fronteggiare la crisi economica del Paese, il governo Colombo, con Luigi Preti alle Finanze, varava un decreto fiscale che risparmiando la schedina del Totocalcio, colpiva duramente l’ippica, con una iperbolica addizionale erariale del 17 per cento sulle scommesse, solo successivamente ridotta a un sempre pesante 7 per cento. Non si possono rimuovere i diversi gravi episodi, direttamente riconducibili al torbido Milieu criminale sviluppatosi intorno agli ippodromi, verificatisi in quel periodo. dai rapimenti del trottatore Wayne eden, a Montecatini (1975) e di Carnauba, galoppatrice rilasciata nel gennaio 1976 in un cascinale vicino a Paderno Dugnano, a quello avvenuto il 16 novembre 1978, di Maria Sacco, amazzone di Notre Dame des Epines, una scuderia proprietà di un religioso che devolveva i premi vinti in opere di beneficenza. Dalla tragica uccisione dell’avvocato Vittorio Di Capua, della Trenno, il cui corpo venne rinvenuto nel novembre 1977 sul fondo del lago d’Iseo, alle violenze che l’11 giugno 1978 un gruppo di clandestini perpetrò a Milano, ai danni di Gianfranco Dettori, fino agli intrecci tra Brigatisti Rossi e delinquenti comuni, che negli anni di piombo colpirono, taglieggiandole, le agenzie ippiche. Ma al di là di questi episodi, quale era la situazione dell’ippica italiana. Un’indagine di mercato del 1970 indicava nel 5 per cento gli italiani interessati all’ippica. Il parco nazionale equino si aggirava sui dodici-quindicimila esemplari e gli addetti ammontavano a trenta mila lavoratori. La televisione pubblica riformata nel 1975 snobbava la corsa Tris e gli eventi ippici in genere, nonostante gli sforzi di un professionista come Alberto Giubilo (Solo negli anni 80, con la nascita del pool sportivo Rai si è avuta una pianificazione annuale, con una ventina di eventi ippici in diretta, la diffusione della Tris e servizi nei principali rotocalchi sportivi.
Nell’85 nasce invece il primo canale monotematico riservato alle corse dei cavalli, col sindacato delle agenzie ippiche che dà vita al Crai. Altra tv tematica nasce nel ’97: è Sisal Tv, destinata alla catena di agenzie Match Point). In questa situazione, il mondo dell’ippica ritrovò un’unità che sfociò, il 20 gennaio 1971, in un blocco degli ippodromi, per uno sciopero per maggiori garanzie sanitarie. Quindi in un ripensamento “sociale” del settore, grazie al 1^ convegno nazionale dell’ippica tenutosi alla Fiera di Roma il 10 febbraio 1971. Da questa assise scaturirà il gruppo interparlamentare “Amici dell’ippica” (Andreotti…..). L’assemblea approvò un documento che nell’immediato chiedeva il ritiro del decretone, il riconoscimento dell’ippicoltura come branca della zootecnia e la ricostituzione degli organi direttivi dell’Unire. Inoltre si sollecitavano misure a favore dello sviluppo del settore, tra le quali una propaganda moderna e ben articolata capillare, con particolare riguardo alla radio-televisione***. Il 24 marzo 1971 il Commissario governativo Faraone presentò lo schema di un nuovo statuto dell’Unire. Il 3 giugno il presidente della Repubblica Saragat ne emanava il decreto istitutivo. La novità più evidente della riforma Faraone era che l’ippica era affidata agli ippici, con l’introduzione di due vicepresidenze d’alto profilo che dovevano riequilibrare il delicato rapporto tra apparati ministeriali, l’ippica assistita e gli uomini delle scuderie e delle corse. Una fu conferita a Orsino Orsi Mangelli (trotto), l’altra a Mario Incisa della Rocchetta (galoppo). In neppure quattro mesi, dal Convegno di febbraio allo Statuto del giugno 1971, si pongono quindi le basi per il rilancio del movimento ippico italiano.
Dal 1973 al 1977 il montepremi del galoppo salì da poco più di 5 miliardi e mezzo di lire a quasi 10 miliardi. Anche il Jockey club si diede un nuovo statuto con la nomina di Paolo Mezzanotte alla presidenza. Straordinario è il 1975 del galoppo italiano, o per meglio dire, dei galoppatori italiani di importazione. Grundy, di proprietà di Carlo Vittadini, e Bolkonski, dell’avvocato Carlo D’Alessio, danno vita a una rivalità sportiva che ha il suo apice in un memorabile duello al meeting delle 2000 Ghinee. Al termine di un testa a testa, si impose Bolkonsky di un’incollatura. La sua affermazione fu anche quella di Gianfranco Dettori, fantino cresciuto nella scuola del Conte di S. Marzano e della Dormello-Olgiata. Dettori raccoglierà, sino all’addio del 13 settembre 1992, ben 3.796 successi, contro i 4.089 del recordman del Turf, Enrico Camici. Per quanto riguarda il trotto, si imposero Freddy, affermatosi con la guida di Sergio Brighenti nel Derby di Tor di Valle, e Top Hannover della Santipasta, condotto da Kruger, che avrebbe infiammato il 1972. Suo, in quell’anno, il Gran Premio delle Nazioni, il Lotteria il Prix D’Amerique. Alla vittoria di Top Hannover, fa il paio la prestazione cronometrica, 1’14’’1, registrata il 27 luglio 1973, sulla pista di Stoccolma, da Carosio, pupillo di Giancarlo Baldi, esponente di spicco di una stirpe di ippici aperta dal padre Odoardo, che arriverà a contare 24 consanguinei muniti di licenza per allenare o condurre cavalli.
Baldì, in quegli anni, scoprì e guidò un altro campione, Timothi T. Anche grazie a questi campioni, il movimento scommesse legate al trotto passò dai 313 miliardi al giorno del 1975, ai 352 del ’76. Un trend favorevole che deve molto, oltre che a Timothi T, a Waine Eden e a Delfo. Quest’ultimo, dopo 19 anni di inutili tentativi, guidato da Sergio Brighenti, riuscì a portare in Italia l’International Trot, sorta di campionato del mondo della categoria. E nella seconda metà degli anni 70 si assiste al consistente incremento di presenze negli ippodromi. Fra coloro che si erano maggiormente spesi per avviare questa faticosa risalita, c’era Guido Berardelli, presidente dell’Unire più duraturo dal secondo dopoguerra a oggi, che più di altri aveva creduto nel ruolo dell’Ente come principale motore di rinascita e modernizzazione dell’ippica.
Nelle vesti di Commissario, nel biennio 1981-1982 provvide alla redazione del nuovo Statuto Unire, in dall’11 dicembre 1981. Gli succedette alla presidenza Raffele Picchi (Vicepresidenti: Carlo D’Alessio e Giancarlo Fabbri), ereditando un movimento ippico che difficilmente, senza l’alacre tenacia di Berardelli, avrebbe saputo o potuto resistere alle forti turbolenze degli anni sessanta e settanta.
Gli anni ottanta e novanta
Non è certamente sotto i migliori auspici che si aprono gli anni ottanta. Il 3 gennaio uno sciopero blocca il totalizzatore elettronico. Nel frattempo si discute, come sempre, di regolamenti, leggi e montepremi. Ma come si sviluppa lungo gli ani ottanta, e oltre, l’ippica? E proprio in questi anni che si arriva a un regolamento antidoping sia nel galoppo che nel trotto. Dal punto di vista agonistico Carlo D’Alessio vince per la seconda volta la Gold Cup di Ascot, e la regina d’Inghilterra gli offre il tè, mentre la corsa Tris raggiunge i seicento milioni di movimento, con la quota record di 22 milioni di lire. A languire è però l’allevamento: l’anno prima, infatti, sono nati solamente 950 puledri. L’Unire viene commissariato. Il 21 febbraio Guido Berardelli viene nominato Commissario dell’Ente. I problemi che deve affrontare sono sempre gli stessi: norme, allineamenti alle leggi, regolamenti, composizioni degli organi di cui l’Ente è formato. Intanto l’ippica propone belle storie, come quella del fantino Bob Champion, che vince il cancro e poi il Grand National di Aintree. O quella della cavallina Anouk, che venne regalata a un agricoltore di Piazza Armerina. La domano in strada, le insegnano a trottare e vince le Oaks del trotto quando la davano 37 a 1. Il 4 marzo 1982 entra in vigore il nuovo statuto dell’Unire.
La Tv abbandona mano mano l’ippica, mentre impazzano i dibattiti sugli orari delle corse. Craxi, in tribuna a San Siro, vede Idèal de Gazeau vincere il Nazioni, e Gianfranco Dettori chiude l’anno con 229 vittorie: nessun fantino lo aveva mai fatto. Nel 1984 viene ratificato dal ministro il bilancio dell’Unire, ma la convenzione-tipo con le società di corse è ancora di là da venire, così come quella per la rete esterna delle scommesse. Nel 1985 i vincitori del festival di Sanremo ricevono in omaggio dei cavalli, nell’ambito di una campagna pubblicitaria che promuove con successo il Totip. Il 1985 è anche l’anno in cui muore Guido Berardelli. A Barbaricina avviene una strage di cavalli: ne muoino 28 avvelenati. Crollano le scommesse a libro, si impennano quelle al Totalizzatore e nelle agenzire, con il Totip che sale del 490 per cento. Il montepremi cresce del 21,5 per cento. Nel 1988 l’Unire viene di nuovo commissariato:
l’ambasciatore Pignatti Morani di Custoza a due giorni dalla nomina rinuncia, lasciando il posto a Ludovico Carducci. Sono momenti travagliati, tra guerra del video, scioperi e convenzioni e appelli al ministro. Per fortuna, sul fronte sportivo, arriva la vittoria di Tony Bin nell’Arc de Triomphe. Il cavallo è di proprietà di Luciano Gaucci, lo allena Luigi Camici. Tony Bin è il cavallo italiano degli anni ottanta. All’Unire arriva un nuovo commissario, Zurlo. E’ l’89. Zurlo diventerà poi presidente. Il 1990 si apre con un lutto per l’ippica: a gennaio muore Sergio Brighenti, guidatore con oltre 5.000 vittorie in carriera, ottenute, tra gli altri, con Tornese.
Calano le presenze negli ippodromi: in dieci anni si passa da una media di 3.841 paganti a 2.624. Nel 1993 si dimette Zurlo, lo sostituisce un nuovo commissario, Camillo De Fabritiis, nel ’94 è la volta dell’avvocato Giuseppe Valentino, commissario che a marzo dell’anno successivo lascia, con in bilancio l’approvazione di un nuovo statuto e un incremento delle scommesse, anche se calano ancora le presenze negli ippodromi. Gli subentra l’avvocato Pettinari, con i sub Guglielmi, per il galoppo, Petrobelli, per il trotto, e Rosatini, per il cavallo da sella. Il ’96 è l’anno di una nuova veste per l’Unire. Le scommesse vanno sotto il controllo del Ministero delle Finanze, all’Unire tocca l’organizzazione ippica.
Dalla fine degli anni novanta a oggi
Per molti il 1996 decreta la fine dell’Unire, se non altro dal punto di vista della sua autonomia finanziaria. Con le nuove regole l’Ente deve occuparsi solamente dei suoi fini istituzionali, attingendo dal ministero delle Finanze le risorse necessarie. Alla fine del 1998 l’Unire denuncia un consistente buco di bilancio, mentre gli ippici si sentono privati della loro identità e non rappresentati dal ministero delle Politiche agricole. Per la prima volta si assiste a una serrata generale degli ippodromi, che durerà oltre 20 giorni. A fine gennaio arrivano le prime misure di sostegno. Il conte Melzi d’Eril viene nominato commissario dell’Ente, mentre un decreto stanzia 50 miliardi per l’ippica. In agosto i risultati del bando di gara relativo alle nuove agenzie ippiche. Le previsioni si rivelano però drammaticamente sbagliate: l’estensione della rete non ha portato alla crescita delle scommesse che si attendeva. Le agenzie, nella maggior parte dei casi, dichiarano di non poter pagare i “minimi”. Tra il 1996 e il 2000 la spesa per i giochi ippici passa da 3.369 a 2.536 milioni di euro, per registrare poi una leggera ripresa nel 2001. Crolla il gioco negli ippodromi (-50 per cento), senza essere compensato da quello nelle agenzie (+13 per cento). E’ triplicata la rete di vendita, ma crolla la Tris (-60 per cento), e langue il Totip. La conseguenza è il calo di circa il 20 per cento dei prelievi lordi Unire, passati da 1.010 a 806 milioni di euro. Le disponibilità nette dell’Ente per le attività istituzionali passano da 354 a 298 milioni di euro. Malgrado ciò l’importo dei premi al traguardo rimane pressochè costante, attestandosi sui 200/210 euro l’anno, con un picco di 269 milioni nel 1997. Con l’ennesimo riordino dell’Unire, si stabilisce che l’Ente rimanga “di diritto pubblico” anche se non compare la parola “economico”.
Le regioni ottengono due rappresentanti nel Cda, e gli enti tecnici entrano definitivamente nell’organico Unire. Nonostante le alterne vicissitudini, l’Unire ha dedicato però negli ultimi anni sempre maggiore attenzione all’allevamento, differenziando i contributi per incentivare e potenziare la produzione nazionale. E, dopo anni, si raccolgono i frutti. Rakti, (montato da Mirko Demuro), trionfatore nel Derby dopo 14 anni di dominio straniero; Falbrav, (montato da Dario Vargiu), vincitore dell’ultimo Gran Premio Città di Milano, e Altieri, (montato da Gabriele Bietolini), che ha vinto oltre confine, a Deauville.
Il 28 settembre 1996 resterà nella storia dell’ippica mondiale. Lanfranco Dettori, figlio d’arte, vince nello stesso giorno sette corse con sette cavalli diversi ad Ascot. Un’impresa incredibile, ottenuta con cavalli favoriti e con altri considerati di scarso livello. Il risultato gli spalanca la possibilità di indossare la giubba blu cobalto di Godolphin, la più importante scuderia del mondo, di proprietà araba. Una citazione particolare spetta per Mirco Depuro, fantino che riporta al successo un cavallo italiano nel Derby. Il 26 maggio scorso, alle Capannelle, Demuro, in sella a Rakty respinge l’attacco dell’inglese Ballingarry. E nel trotto? Nelle redini lunghe è il momento di Varenne, il più forte trottatore mai esistito al mondo. La sua storia è già leggenda. Nasce a Copparo (Fe) il 19 maggio 1995, dopo un parto travagliato, che fa temere per la sua vita. L’allevatore, Sandro Viani, sceglie per lui il nome della via in cui si trova l’ambasciata italiana a Parigi: Rue de Varenne.
Anche questo un segno del destino: nel gennaio 2001 Varenne diventa il primo cavallo italiano a trionfare nel Prix d’Amerique, corsa che si disputa sulla pista nera dell’ippodromo parigino di Vincennes. I potenziali acquirenti di Varenne, al debutto, sono titubanti per via di un chip, una cartilagine ossea non calcificata. Chi non ha dubbi è Giampaolo Minnucci, guidatore romano che convince Enzo Giordano, agente di cambio napoletano, a investire 180 milioni di lire per l’acquisto del cavallo.
Il fenomeno Varenne ha il duplice effetto di sconvolgere il trotto mondiale e di riportare l’ippica italiana alla ribalta, dopo anni di involuzione che l’ha relegata ai margini dello sport e fuori dalle scene dei grandi network nazionali. Per qualche mese a tenere banco è una sorta di dualismo alla Coppi e Bartali, tra Varenne e Viking Kronos, il cavallo italiano che in quel momento più forte. Il responso definitivo sulla supremazia viene dal Derby del trotto dell’11 ottobre 1999, che li vede entrambi in pista. La gara dura poco: Varenne, subito in testa, vince senza difficoltà. Viking Kronos, solo quinto, chiude la carriera. I primi confronti di Varenne coi campioni stranieri sono invece dall’esito alterno.
Il 14 novembre 1999, all’ippodromo di San Siro, il fuoriclasse indigeno batte Moni Maker, ritenuta la regina del trotto mondiale. E il segno che qualcosa è cambiato anche nell’attenzione dei media nei confronti dell’ippica lo dà l’editoriale che il direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, dedica all’impresa. Il 30 gennaio 2000 è il giorno dell’esordio all’Amerique. Le prime due partenze col sistema della racchetta, favorevoli al campione indigeno, vengono annullate inspiegabilmente. Nella terza Varenne, in posizione defilata, tenta di riguadagnare spazio, ma arriverà strematola traguardo, battuto da General du Pommeau e da Galopin du Ravary. Nonostante l’esito della corsa, impressionante appare subito il recupero di Varenne.
E’ il preludio del trionfo: in primavera Varenne inanella successi a Goteborg, dove si vendica pure di General du Pommeua, e al Lotteria di Agnano. E’ la consacrazione: tutti cercano di accaparrarsi il cavallo; la spunta Snai, che acquista da Enzo Giordano il 50 per cento della proprietà del campione, diventato intanto testimonial di una campagna pubblicitaria. Il 28 gennaio 2001, dopo aver corso sempre in testa, Varenne si aggiudica il Prix d’Amerique davanti a 5.000 italiani in delirio. E’ la definitiva consacrazione, confermata dal bis nel Lotteria e dalla vittoria a Solvalla, il 27 maggio, nell’Elitloppet. Pochi giorni dopo, a Roma, Varenne sfila tra due ali di folla, in Piazza del Popolo, come un imperatore di ritorno dalle campagne vittoriose. Un evento storico organizzato dall’Unire, dal significativo titolo “da Pegaso a Varenne”.
La striscia dei successi non sembra fermarsi: dopo un intoppo estivo a Milano, il 29 luglio Varenne straccia il record del mondo sul giro di pista in 1,51,1, sulla mitica pista del Meadowlands, nel New Jersey. Il 2002 sembra la fotocopia dell’anno prima: trionfo nell’Amerique, in gennaio, tris nel Lotteria e nuovo successo a Solvalla. Varenne è ormai il simbolo vincente dell’ippica italiana. Ma assieme al rilancio dell’immagine sportiva, serve, come più volte ricorda il Commissario Riccardo Andriani, la partecipazione attiva di tutte le componenti del settore: questa è la strada intrapresa dall’attuale gestione dell’Ente. La convention organizzata per il 70° anniversario dell’Unire ha riproposto con forza questa necessità, assieme all’estremo bisogno di curare l’aspetto promozionale. Temi scottanti sono stati e vengono intanto affrontati: la classificazione degli ippodromi, doping e antidoping, il progetto ambizioso sul polo di Settimo Milanese.
Il chi è dell’Unire
All’inizio del ’99 viene nominato commissario il conte Guido Melzi D’Eril, ippico di spicco. Dopo circa un anno, il conte Melzi diventa, per circa un altro anno, presidente. La sua nomina viene però revocata dal ministro dell’Agricoltura, Pecoraio Scanio, per ragioni di incompatibilità. Al suo posto, come facente funzioni, per sette mesi il professor Giovanni Polara. Il 27 luglio 2001 il ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno, nomina commissario straordinario l’avvocato Riccardo Andriani e sub l’on. Mario Masini, Angelo Giuliani e Medardo Zanetti. A giugno 2002 la nomina di Andriani viene rinnovata per altri sei mesi, con l’obiettivo dichiarato di fargli portare a termine il riordino dell’Ente.
La convention
Il libro
(E’ nel 1926 che nasce ufficialmente il Derby del Trotto. Si disputa sulla pista di mezzo miglio dell’ippodromo romano di Villa Glori. Malacoda è il primo nome che apre il Libro d’Oro dei vincitori classici)
Lo Csio come lo conosciamo oggi nasce però solo nel 1926, quando si disputa la Coppa delle Nazioni (allora Coppa Mussolini), vinta nella sua prima edizione da cavalieri italiani.
CONTINUA
La crisi colpì tutta l’ippica europea con forti cali delle scommesse: la principale fonte d’entrata per le società che gestivano le corse. Con la riduzione delle scommesse diminuiscono anche i premi distribuiti.
Se nel 1929 i premi ammontavano complessivamente ad oltre 30 milioni. nel 1931 si scende a 24 e nel 1934 solamente a 19 milioni.
Al contrario gli ippodromi continuarono ad essere strapieni di pubblico.
Ancora nel 1931 il rischio che l’intero comparto colasse a picco sotto i colpi della recessione era forte: bisognava evitare la bancarotta.
INTERVISTA DOMENICO MORI
Agli inizi degli anni trenta è Milano la capitale dell’ippica italiana. Nel 1919 la “Società Lombarda” si trasforma nella Sire, Società d’incoraggiamento delle razze equine, che nel 1932 raggiunge le cento giornate di corse al galoppo con 12 milioni di premi.
Sempre nel 1932, su richiesta di molti proprietari, veniva ripristinato il sovraccarico di due chilogrammi per i cavalli stranieri nelle principali corse al galoppo.
E per fronteggiare la recessione, nell’aprile dello stesso anno, Tesio fa entrare nella sua azienda il marchese Mario Incisa della Rocchetta, cedendogli il 50% delle attività per la bella somma di 4 milioni.
E’ questa la cornice in cui viene fondata, nel 1932, dell’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine. L’Unire, costituito presso il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste in collaborazione con i competenti organi del Ministero della Guerra, è un ente morale con il compito di “uniformare tutte le manifestazioni ippiche del Regno traverso le grandi società ippiche: Jockey Club, Società degli Steple-Chases, Unione Ippica Italiana al trotto e Società per il cavallo italiano da sella”. Fin dalla sua nascita all’Unire non mancano le polemiche. Sono principalmente le quattro federazioni a scalpitare per paura di perdere la loro autonomia e identità. Il decreto 24 maggio 1932, n. 624, che istituisce l’Unire, non fa cessare però i contrasti.
Tra il 1932 e il 1933 le principali società di corse mutano la ragione sociale: da società anonime fondiarie si trasformarono in società anonime industriali, favorendo la loro ripresa finanziaria.
Gli anni trenta si caratterizzano per l’ascesa dell’ippica come fenomeno mondano. Ai primi di maggio, al Derby delle Capannelle, fiumi di spettatori, dove si potevano vedere il re, i principi della casa reale, i personaggi più in vista dello Stato, della diplomazia, delle forze armate, e del partito fascista.
Nel 1935 nasce il Gran Premio di Merano, la “madre” di tutte le corse dell’ostacolista italiano.
Un cambiamento più profondo arriva nel 1936, con la modifica delle denominazioni delle quattro federazioni in: Ente Nazionale per le Corse in piano, Ente nazionale per le Corse con ostacoli, Ente nazionale per le Corse al trotto, Ente nazionale per il Cavallo italiano. Le federazioni sono poste sotto la vigilanza del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste “che la esplica a mezzo dell’Unire”. L’anno seguente la Società del Cavallo italiano viene staccata dall’Unire e posta alle dipendenze dirette del Coni.
La nascita dell’Unire e le successive modifiche, riuscirono però a risanare la grave crisi in atto, che si accentuò nella seconda metà del decennio, facendo registrare una produzione di cavalli insufficiente rispetto alla moltiplicazione degli ippodromi e delle gare.
Nel 1936 la media delle nascite è scesa a poco più di 200 esemplari: restano sulla breccia meno di 700 cavalli per contendersi oltre 1.500 corse.
La medicina per curare il settore è molto amara: prendere all’estero quanto manca da noi. Ma la necessità di importare cavalli da corsa va a scontrarsi con la nuova politica autarchica sancita dal fascismo dopo la conquista dell’Etiopia e il varo delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni. Un’ondata di esasperato nazionalismo che ha i suoi effetti anche sul vocabolario dell’ippico. Abolita la terminologia inglese, prevalente fino ad allora, il driver diventa guidatore; l’outsider, sorpresa o inatteso; il sulky deve essere sempre sostituito da sediolo; il turf è il terreno di corse e lo starter, mossiere.
Il Duce vuole l’italianità anche nei nomi dei cavalli: e il saltatore irlandese di Tonino Gutierez, Frotblower passerà alla storia come Osoppo. Un cambio disorienterà l’animale che nell’edizione nel ’38, con un salto di due metri e 44 centimetri si aggiudicherà un primato di elevazione ancora imbattuto.
Nonostante l’autarchia continuò l’importazione di cavalli dagli Stati Uniti.
I risultati sportivi di degli anni trenta sono importanti, qualcuno li definisce il periodo d’oro dell’ippica italiana. Nel galoppo emerse una generazione insuperata di fuoriclasse. Mai nella storia dell’ippica italiana si ebbero nel giro di pochi anni cavalli del calibro di Bogara, Crapom, Navarro, Archidamia, Donatello II, Nearco, Bellini, per dire solo dei maggiori.
Dal trotto emergono i colori della scuderia Mangelli che mietono successi sulle piste di tutta Europa. In quel periodo ben sette edizioni del Prix d’Amèrique furono vinte da cavalli appartenenti a scuderie italiane, e il Prix fu definito dagli stessi francesi “Premio degli italiani”.
I campioni dell’ippica al pari della nazionale di Piola e Meazza nel calcio, di Binda nel ciclismo, di Nuvolari nell’automobilismo, di Carnera nel pugilato. In quel decennio lo sport diventa in Italia un importante strumento di esaltazine del nazionalismo tra le masse.
Il primo cavallo- eroe nazionale è Nearco.
Nel 1937, quando a due anni vinse tutte le sette gare a cui partecipò.
A tre anni replicò il record di vittorie.
Il 26 giugno 1938, dopo aver battuto nell’ultima corsa i vincitori del Derby francese e inglese, fu venduto come stallone per 2 milioni –ironia della sorte- a un sindacato inglese!.
Lo scenario dell’ippica cambia bruscamente alla vigilia dell’entrata in guerra con il divieto dell’esodo di valuta e il mancato arrivo di purosangue dall’estero.
Gli anni quaranta: ARCHIVIO GUERRA
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra dell’Italia, ma le attività sportive non furono bloccate e gli sport ippici mantengono il calendario nazionale, tuttalpiù vennero introdotte coltivazioni al centro di alcuni ippodromi -a mo’ di orto di guerra- come testimoniano queste balle sul circuito di Arcoveggio a Bologna.
Per tutto il 1941 il variegato mondo dei cavalli non sembrò scosso dal tragico destino che incombeva sul mondo.
All’inizio degli anni quaranta scompare dalla scena ippica una gloriosa scuderia guidata da un personaggio straordinario. Luchino Visconti, che dal 1936, dopo un incontro a Parigi con Renoir si è dedicato completamente alla regia cinematografica. La sua gloriosa scuderia vince ancora 4 gare nel 1942 con una cavalla dal nome volutamente provocatorio, Coca-Cola.
Il 1942 si è aperto con una grande novità per il futuro dell’Unire: con legge del 24 marzo viene stabilito che “la facoltà di esercitare totalizzatori e scommesse al libro per le corse dei cavalli, tanto sugli ippodromi quanto fuori di essi”, è esclusivamente riservata all’Ente.
Ma il 1942 è anche l’anno dei riflessi sull’ippica della campagna antisemita voluta dal fascismo.
Un comunicato del 26 settembre 1942 stabiliva che, in seguito a disposizioni emanate dall’Unire, “gli appartenenti alla razza ebraica erano esclusi dal partecipare alle corse”.
Nell’ottobre del 42, in piena guerra, il Duce decide, di sospendere da quel momento ogni tipo di gara. E non serve nulla un incontro di Tesio e Mangelli, in rappresentanza degli allevatori italiani, e Mussolini.
Governo e Unire non hanno i mezzi per affrontare l’emergenza di cavalli che morivano letteralmente di fame.
Un accordo con i tedeschi vide il passaggio aldilà del Brennero dei migliori prodotti dell’allevamento italiano, in cambio di biada, fieno e paglia e la promessa che il personale di scuderia non fosse arruolato nell’esercito o mandato in Germania.
Le corse riprendono -in mezzo a bombardamenti, strade dissestate, distruzione di ponti- tra il ‘43 e il ‘45 corse con una certa regolarità solo a Milano e Varese e, con diverse pause, a Torino.
Varese divenne anche, dopo l’8 settembre, la sede provvisoria dei principali enti e società italiane tra cui lo stesso Unire.
Il 1945 segnò l’anno della ripresa anche per l’ippica. In tutta Italia la stagione iniziò il 13 maggio. Vi furono anche dei momenti di partecipazione emotiva che andarono al di là degli appassionati. Appena possibile l’Unire e le altre grandi società tornarono alle loro sedi origine.
Nel dopoguerra prende vita un’idea nata nel 1944, nel buio del campo di concentramento di Point de la Morge nel cantone Vallese, in Svizzera.
Massimo Della Pergola è un internato. In quei giorni, il giornalista ebreo, pensa ad un concorso a pronostici basato sui risultati del calcio, attraverso i simboli 1-X-2.
Dopo la guerra, 3 settembre 1945 Della Pergola fonda con Geo Molo e Fabio Jegher, la SISAL, acronimo imperfetto di Sport Italia Società a Responsabilità Limitata. Il 13 ottobre 1945, parte il concorso, con un successo senza precedenti. Dopo 94 settimane il Coni lo espropria nazionalizzandolo. Della Pergola non si arrende, Molo e Jegher sono amanti dei cavalli: nasce il Totip, concorso pronostici sulle corse dei cavalli, il totocalcio dell’ippica.
In quegli anni comincia a brillare la stella di Mistero, della scuderia Mangelli, vincitore nel ‘46 del prestigioso Prix d’ Amerique. La fortuna di Mistero è dovuta anche a due allenatori tra i migliori mai conosciuti in Italia: Ugo Bottoni e Romolo Ossani.
L’ippica nel frattempo beneficia di una disposizione dell’allora ministro delle finanze Scoccimarro, che abbassa dal 43 al 18 per cento la quota di prelievo dello Stato sulle scommesse.
I premi erogati dall’Unire nel trotto passano dai centocinquantamilioni del ’45 ai 297 milioni del 1946.
Nel 1947 esplode nel galoppo Tenerani, un cavallo della Dormello-Olgiata, che darà il meglio di se nella riproduzione: da lui proviene nientemeno che Ribot.
Nel 1950 gli ippodromi in attività erano 41: 17 al nord, 13 al centro e 11 al sud. L’impianto più prestigioso rimaneva San Siro.
Gli anni cinquanta e sessanta
Risale ai primi tempi dell’era della televisione e, per gli italiani, ai primi tenui segnali di un più sereno clima di vita, l’inizio di Lascia o Raddoppia la trasmissione condotta da Mike Buongiorno che in brevissimo tempo fa diventare i suoi concorrenti, eroi e protagonisti del costume nazionale, tanto che nel 1956 gli dedicò un film interpretato da Totò. La trama è nota. Un’anziana stravagante nobiluomo, il duca Gagliardo della Forcoletta decide di partecipare al programma di Buongiorno nella certezza di portare a casa 5 milioni grazie alla sua sterminata conoscenza dell’ippica.
A spingere la passione soprattutto tra la metà degli anni 50 e gli inizi del decennio successivo, erano state le imprese dei fuoriclasse degli allevamenti italiani.
Le antiche e prestigiose corse della tradizione italiana, a cui si aggiunsero nel ‘50 numerose altre manifestazioni, videro emergere alcuni interessanti campioni. Sfavillante avventura di Ribot. Nato nel ‘52 da Tenerani e Romanella, il purosangue allevato da Tesio e appartenente alla scuderia Dormello Olgiata si impose come il più forte cavallo da corsa del mondo. Una potenza che gli consentirà di terminare imbattuto la carriera agonistica.
ecco apparire Ribot. Ovvero, molto semplicemente, quello che in tutto il mondo è considerato il migliore cavallo da corsa che sia mai nato. Su di lui, si sa tutto; sul suo carattere difficile, che solo la vicinanza del collega Magistris riusciva a placare; sulla sua eccezionale infilata di vittorie, che lo portarono in razza con l’aureola non di “imbattuto”, ma di “imbattibile”. Ribot è stato un eroe nazionalpopolare, dopo le macerie materiali e morali della guerra
Per la prima volta in Italia il tifo degli ippodromi, assumendo caratteri del tutto simili a quelli degli stadi o delle strade del ciclismo, andava oltre lo steccato dei tradizionali e competenti appassionati. Nel 1961 Molvedo, un figlio della prima annata di riproduzione dell’eroe dell’Arc de Triomphe, e di Maggiolina rinnovò, i fasti paterni in Francia tra l’entusiasmo degli sportivi italiani e i titoli cubitali dei giornali. A spingere gli italiani nei 28 ippodromi in attività contribuì non poco la televisione***. Il pomeriggio sportivo della domenica portò le telecamere anche negli ippodromi: le Capanelle e Longchamp divennero familiari ai telespettatori. Accanto agli assi del galoppo, un posto speciale lo conquistarono i grandi trottatori e i loro driver, primi tra tutti Tornese e Sergio Brighenti. Il possente cavallo italiano ebbe una lunga e fortunata carriera, che si concluse nel 1962 con un bilancio eccezionale: 130 vittorie su 221 gare disputate. Alla sua popolarità concorse la rivalità con un altro esemplare italiano, Crevalcore, protagonista nel 1960 dell’ufficioso campionato del mondo di New York. Gli anni cinquanta, del resto, si erano aperti con due trottatori diversissimi tra loro: il piccolo e veloce Ticino e il possente Altissimo. Nel 1951, anno in cui venne disputato per la prima volta il Lotteria di Agnano, avevano corso negli ippodromi italiani 1.799 trottatori in 3.772 gare. Minor popolarità tocco alla terza specialità degli ippodromi, la corsa ad ostacoli. Lo stesso Gran Premio di Merano, maggiore corsa italiana della specialità, ha visto spessissimo ai nastri di partenza cavalli importati, sebbene sia stato un purosangue italiano, Cogne, il primo a vincere, nel 1967 e nel 1969, per due anni, l’ambito trofeo. La stagione della grande popolarità in Tv degli ippodromi comincia proprio in quegli anni a scemare. L’espansione del calcio e l’ampliamento degli sport televisivi vano a penalizzare proprio l’ippica. Per sua fortuna il mondo del cavallo può contare su una formidabile carta a suo favore, quella delle scommesse. La legge del ’42, confermata nei sui tratti sostanziali nel 1947, assicurò un costante flusso di denaro a favore dell’intero settore, soprattutto grazie alle modifiche apportate nel 1958, che destinava una parte non più residuale dei proventi dell’Unire all’allevamento.
Per la corsa Tris, invece, l’idea viene mutuata dai francesi. Il merito della felice importazione va diviso tra Guido Berardelli e Alberto Giubilo, geniali nel pensare di proporre una trasposizione italiana del Tièrce francese. La prima Tris si disputò alle Capannelle, il 20 febbraio 1958. Essendo a cadenza settimanale, le prime 108 Tris si sono disputate in sole 5 città: Roma, Milano, Firenze, Napoli, Bologna.
Nel 1947 l’importo dei diritti erariali era stato di 508 miliardi, con un abbuono a favore dell’Unire del quaranta per cento. Cifra considerata, al netto dell’inflazione, destinata nel giro di un ventennio a quadruplicarsi, grazie all’incremento, varato nel ’55, del bonus fiscale al sessanta per cento. Nel 1969 gli italiani lasciarono ai botteghini delle sale da corse degli ippodromi e delle agenzie ippiche 120 miliardi una cifra ragguardevole se si pensa che il totocalcio incassò poco più di 81 miliardi.
All’espansione delle scommesse, non corrispose però un analogo sviluppo delle presenze negli ippodromi, tutto sommato pochi, e soprattutto scomodi. Di questo gli stessi dirigenti dell’Unire erano consapevoli, tanto da far chiedere loro, nel corso di un convegno del 1970, nuove risorse, oltre che per l’allevamento, per il rinnovo degli impianti.
Gli anni settanta
Il 30 aprile 1972 moriva Ribot. Aveva vent’anni e da 12 pascolava presso la Derby Dan Farm, in Kentucky, affittato per la riproduzione dal magnate americano Galbreath. Sempre nel 1972 chiudeva i battenti la Razza del Soldo, la blasonata scuderia, sulla breccia da oltre 8 lustri, di Mario e Vittorio Crespi: i proprietari del cotonificio Nembo e del Corriere della Sera, oltre che dell’omonima azienda elettrica. Più o meno nello stesso periodo la Dormello-Olgiata, straordinaria fucina di campioni dovette assoggettarsi a un compromesso obbligato. Cioè accettare una specie di Joint Venture col potente Al Maktoum, al quale vennero concesse delle fattrici dormelliane, coperte dal più affermato dei razzatori, Reference Point, in cambio di alcune monte da parte di prima serie dello sceicco del Dubai. Il disagio da tempo latente deflagrerà al cospetto dei profondi mutamente politici e sociali. Non è un caso che nel 1971, in pieno femminismo, venga rilasciata la prima patente di fantino professionista a una donna: Tiziana Sozzi. Il 27 agosto 1970, per fronteggiare la crisi economica del Paese, il governo Colombo, con Luigi Preti alle Finanze, varava un decreto fiscale che risparmiando la schedina del Totocalcio, colpiva duramente l’ippica, con una iperbolica addizionale erariale del 17 per cento sulle scommesse, solo successivamente ridotta a un sempre pesante 7 per cento. Non si possono rimuovere i diversi gravi episodi, direttamente riconducibili al torbido Milieu criminale sviluppatosi intorno agli ippodromi, verificatisi in quel periodo. dai rapimenti del trottatore Wayne eden, a Montecatini (1975) e di Carnauba, galoppatrice rilasciata nel gennaio 1976 in un cascinale vicino a Paderno Dugnano, a quello avvenuto il 16 novembre 1978, di Maria Sacco, amazzone di Notre Dame des Epines, una scuderia proprietà di un religioso che devolveva i premi vinti in opere di beneficenza. Dalla tragica uccisione dell’avvocato Vittorio Di Capua, della Trenno, il cui corpo venne rinvenuto nel novembre 1977 sul fondo del lago d’Iseo, alle violenze che l’11 giugno 1978 un gruppo di clandestini perpetrò a Milano, ai danni di Gianfranco Dettori, fino agli intrecci tra Brigatisti Rossi e delinquenti comuni, che negli anni di piombo colpirono, taglieggiandole, le agenzie ippiche. Ma al di là di questi episodi, quale era la situazione dell’ippica italiana. Un’indagine di mercato del 1970 indicava nel 5 per cento gli italiani interessati all’ippica. Il parco nazionale equino si aggirava sui dodici-quindicimila esemplari e gli addetti ammontavano a trenta mila lavoratori. La televisione pubblica riformata nel 1975 snobbava la corsa Tris e gli eventi ippici in genere, nonostante gli sforzi di un professionista come Alberto Giubilo (Solo negli anni 80, con la nascita del pool sportivo Rai si è avuta una pianificazione annuale, con una ventina di eventi ippici in diretta, la diffusione della Tris e servizi nei principali rotocalchi sportivi.
Nell’85 nasce invece il primo canale monotematico riservato alle corse dei cavalli, col sindacato delle agenzie ippiche che dà vita al Crai. Altra tv tematica nasce nel ’97: è Sisal Tv, destinata alla catena di agenzie Match Point). In questa situazione, il mondo dell’ippica ritrovò un’unità che sfociò, il 20 gennaio 1971, in un blocco degli ippodromi, per uno sciopero per maggiori garanzie sanitarie. Quindi in un ripensamento “sociale” del settore, grazie al 1^ convegno nazionale dell’ippica tenutosi alla Fiera di Roma il 10 febbraio 1971. Da questa assise scaturirà il gruppo interparlamentare “Amici dell’ippica” (Andreotti…..). L’assemblea approvò un documento che nell’immediato chiedeva il ritiro del decretone, il riconoscimento dell’ippicoltura come branca della zootecnia e la ricostituzione degli organi direttivi dell’Unire. Inoltre si sollecitavano misure a favore dello sviluppo del settore, tra le quali una propaganda moderna e ben articolata capillare, con particolare riguardo alla radio-televisione***. Il 24 marzo 1971 il Commissario governativo Faraone presentò lo schema di un nuovo statuto dell’Unire. Il 3 giugno il presidente della Repubblica Saragat ne emanava il decreto istitutivo. La novità più evidente della riforma Faraone era che l’ippica era affidata agli ippici, con l’introduzione di due vicepresidenze d’alto profilo che dovevano riequilibrare il delicato rapporto tra apparati ministeriali, l’ippica assistita e gli uomini delle scuderie e delle corse. Una fu conferita a Orsino Orsi Mangelli (trotto), l’altra a Mario Incisa della Rocchetta (galoppo). In neppure quattro mesi, dal Convegno di febbraio allo Statuto del giugno 1971, si pongono quindi le basi per il rilancio del movimento ippico italiano.
Dal 1973 al 1977 il montepremi del galoppo salì da poco più di 5 miliardi e mezzo di lire a quasi 10 miliardi. Anche il Jockey club si diede un nuovo statuto con la nomina di Paolo Mezzanotte alla presidenza. Straordinario è il 1975 del galoppo italiano, o per meglio dire, dei galoppatori italiani di importazione. Grundy, di proprietà di Carlo Vittadini, e Bolkonski, dell’avvocato Carlo D’Alessio, danno vita a una rivalità sportiva che ha il suo apice in un memorabile duello al meeting delle 2000 Ghinee. Al termine di un testa a testa, si impose Bolkonsky di un’incollatura. La sua affermazione fu anche quella di Gianfranco Dettori, fantino cresciuto nella scuola del Conte di S. Marzano e della Dormello-Olgiata. Dettori raccoglierà, sino all’addio del 13 settembre 1992, ben 3.796 successi, contro i 4.089 del recordman del Turf, Enrico Camici. Per quanto riguarda il trotto, si imposero Freddy, affermatosi con la guida di Sergio Brighenti nel Derby di Tor di Valle, e Top Hannover della Santipasta, condotto da Kruger, che avrebbe infiammato il 1972. Suo, in quell’anno, il Gran Premio delle Nazioni, il Lotteria il Prix D’Amerique. Alla vittoria di Top Hannover, fa il paio la prestazione cronometrica, 1’14’’1, registrata il 27 luglio 1973, sulla pista di Stoccolma, da Carosio, pupillo di Giancarlo Baldi, esponente di spicco di una stirpe di ippici aperta dal padre Odoardo, che arriverà a contare 24 consanguinei muniti di licenza per allenare o condurre cavalli.
Baldì, in quegli anni, scoprì e guidò un altro campione, Timothi T. Anche grazie a questi campioni, il movimento scommesse legate al trotto passò dai 313 miliardi al giorno del 1975, ai 352 del ’76. Un trend favorevole che deve molto, oltre che a Timothi T, a Waine Eden e a Delfo. Quest’ultimo, dopo 19 anni di inutili tentativi, guidato da Sergio Brighenti, riuscì a portare in Italia l’International Trot, sorta di campionato del mondo della categoria. E nella seconda metà degli anni 70 si assiste al consistente incremento di presenze negli ippodromi. Fra coloro che si erano maggiormente spesi per avviare questa faticosa risalita, c’era Guido Berardelli, presidente dell’Unire più duraturo dal secondo dopoguerra a oggi, che più di altri aveva creduto nel ruolo dell’Ente come principale motore di rinascita e modernizzazione dell’ippica.
Nelle vesti di Commissario, nel biennio 1981-1982 provvide alla redazione del nuovo Statuto Unire, in dall’11 dicembre 1981. Gli succedette alla presidenza Raffele Picchi (Vicepresidenti: Carlo D’Alessio e Giancarlo Fabbri), ereditando un movimento ippico che difficilmente, senza l’alacre tenacia di Berardelli, avrebbe saputo o potuto resistere alle forti turbolenze degli anni sessanta e settanta.
Gli anni ottanta e novanta
Non è certamente sotto i migliori auspici che si aprono gli anni ottanta. Il 3 gennaio uno sciopero blocca il totalizzatore elettronico. Nel frattempo si discute, come sempre, di regolamenti, leggi e montepremi. Ma come si sviluppa lungo gli ani ottanta, e oltre, l’ippica? E proprio in questi anni che si arriva a un regolamento antidoping sia nel galoppo che nel trotto. Dal punto di vista agonistico Carlo D’Alessio vince per la seconda volta la Gold Cup di Ascot, e la regina d’Inghilterra gli offre il tè, mentre la corsa Tris raggiunge i seicento milioni di movimento, con la quota record di 22 milioni di lire. A languire è però l’allevamento: l’anno prima, infatti, sono nati solamente 950 puledri. L’Unire viene commissariato. Il 21 febbraio Guido Berardelli viene nominato Commissario dell’Ente. I problemi che deve affrontare sono sempre gli stessi: norme, allineamenti alle leggi, regolamenti, composizioni degli organi di cui l’Ente è formato. Intanto l’ippica propone belle storie, come quella del fantino Bob Champion, che vince il cancro e poi il Grand National di Aintree. O quella della cavallina Anouk, che venne regalata a un agricoltore di Piazza Armerina. La domano in strada, le insegnano a trottare e vince le Oaks del trotto quando la davano 37 a 1. Il 4 marzo 1982 entra in vigore il nuovo statuto dell’Unire.
La Tv abbandona mano mano l’ippica, mentre impazzano i dibattiti sugli orari delle corse. Craxi, in tribuna a San Siro, vede Idèal de Gazeau vincere il Nazioni, e Gianfranco Dettori chiude l’anno con 229 vittorie: nessun fantino lo aveva mai fatto. Nel 1984 viene ratificato dal ministro il bilancio dell’Unire, ma la convenzione-tipo con le società di corse è ancora di là da venire, così come quella per la rete esterna delle scommesse. Nel 1985 i vincitori del festival di Sanremo ricevono in omaggio dei cavalli, nell’ambito di una campagna pubblicitaria che promuove con successo il Totip. Il 1985 è anche l’anno in cui muore Guido Berardelli. A Barbaricina avviene una strage di cavalli: ne muoino 28 avvelenati. Crollano le scommesse a libro, si impennano quelle al Totalizzatore e nelle agenzire, con il Totip che sale del 490 per cento. Il montepremi cresce del 21,5 per cento. Nel 1988 l’Unire viene di nuovo commissariato:
l’ambasciatore Pignatti Morani di Custoza a due giorni dalla nomina rinuncia, lasciando il posto a Ludovico Carducci. Sono momenti travagliati, tra guerra del video, scioperi e convenzioni e appelli al ministro. Per fortuna, sul fronte sportivo, arriva la vittoria di Tony Bin nell’Arc de Triomphe. Il cavallo è di proprietà di Luciano Gaucci, lo allena Luigi Camici. Tony Bin è il cavallo italiano degli anni ottanta. All’Unire arriva un nuovo commissario, Zurlo. E’ l’89. Zurlo diventerà poi presidente. Il 1990 si apre con un lutto per l’ippica: a gennaio muore Sergio Brighenti, guidatore con oltre 5.000 vittorie in carriera, ottenute, tra gli altri, con Tornese.
Calano le presenze negli ippodromi: in dieci anni si passa da una media di 3.841 paganti a 2.624. Nel 1993 si dimette Zurlo, lo sostituisce un nuovo commissario, Camillo De Fabritiis, nel ’94 è la volta dell’avvocato Giuseppe Valentino, commissario che a marzo dell’anno successivo lascia, con in bilancio l’approvazione di un nuovo statuto e un incremento delle scommesse, anche se calano ancora le presenze negli ippodromi. Gli subentra l’avvocato Pettinari, con i sub Guglielmi, per il galoppo, Petrobelli, per il trotto, e Rosatini, per il cavallo da sella. Il ’96 è l’anno di una nuova veste per l’Unire. Le scommesse vanno sotto il controllo del Ministero delle Finanze, all’Unire tocca l’organizzazione ippica.
Dalla fine degli anni novanta a oggi
Per molti il 1996 decreta la fine dell’Unire, se non altro dal punto di vista della sua autonomia finanziaria. Con le nuove regole l’Ente deve occuparsi solamente dei suoi fini istituzionali, attingendo dal ministero delle Finanze le risorse necessarie. Alla fine del 1998 l’Unire denuncia un consistente buco di bilancio, mentre gli ippici si sentono privati della loro identità e non rappresentati dal ministero delle Politiche agricole. Per la prima volta si assiste a una serrata generale degli ippodromi, che durerà oltre 20 giorni. A fine gennaio arrivano le prime misure di sostegno. Il conte Melzi d’Eril viene nominato commissario dell’Ente, mentre un decreto stanzia 50 miliardi per l’ippica. In agosto i risultati del bando di gara relativo alle nuove agenzie ippiche. Le previsioni si rivelano però drammaticamente sbagliate: l’estensione della rete non ha portato alla crescita delle scommesse che si attendeva. Le agenzie, nella maggior parte dei casi, dichiarano di non poter pagare i “minimi”. Tra il 1996 e il 2000 la spesa per i giochi ippici passa da 3.369 a 2.536 milioni di euro, per registrare poi una leggera ripresa nel 2001. Crolla il gioco negli ippodromi (-50 per cento), senza essere compensato da quello nelle agenzie (+13 per cento). E’ triplicata la rete di vendita, ma crolla la Tris (-60 per cento), e langue il Totip. La conseguenza è il calo di circa il 20 per cento dei prelievi lordi Unire, passati da 1.010 a 806 milioni di euro. Le disponibilità nette dell’Ente per le attività istituzionali passano da 354 a 298 milioni di euro. Malgrado ciò l’importo dei premi al traguardo rimane pressochè costante, attestandosi sui 200/210 euro l’anno, con un picco di 269 milioni nel 1997. Con l’ennesimo riordino dell’Unire, si stabilisce che l’Ente rimanga “di diritto pubblico” anche se non compare la parola “economico”.
Le regioni ottengono due rappresentanti nel Cda, e gli enti tecnici entrano definitivamente nell’organico Unire. Nonostante le alterne vicissitudini, l’Unire ha dedicato però negli ultimi anni sempre maggiore attenzione all’allevamento, differenziando i contributi per incentivare e potenziare la produzione nazionale. E, dopo anni, si raccolgono i frutti. Rakti, (montato da Mirko Demuro), trionfatore nel Derby dopo 14 anni di dominio straniero; Falbrav, (montato da Dario Vargiu), vincitore dell’ultimo Gran Premio Città di Milano, e Altieri, (montato da Gabriele Bietolini), che ha vinto oltre confine, a Deauville.
Il 28 settembre 1996 resterà nella storia dell’ippica mondiale. Lanfranco Dettori, figlio d’arte, vince nello stesso giorno sette corse con sette cavalli diversi ad Ascot. Un’impresa incredibile, ottenuta con cavalli favoriti e con altri considerati di scarso livello. Il risultato gli spalanca la possibilità di indossare la giubba blu cobalto di Godolphin, la più importante scuderia del mondo, di proprietà araba. Una citazione particolare spetta per Mirco Depuro, fantino che riporta al successo un cavallo italiano nel Derby. Il 26 maggio scorso, alle Capannelle, Demuro, in sella a Rakty respinge l’attacco dell’inglese Ballingarry. E nel trotto? Nelle redini lunghe è il momento di Varenne, il più forte trottatore mai esistito al mondo. La sua storia è già leggenda. Nasce a Copparo (Fe) il 19 maggio 1995, dopo un parto travagliato, che fa temere per la sua vita. L’allevatore, Sandro Viani, sceglie per lui il nome della via in cui si trova l’ambasciata italiana a Parigi: Rue de Varenne.
Anche questo un segno del destino: nel gennaio 2001 Varenne diventa il primo cavallo italiano a trionfare nel Prix d’Amerique, corsa che si disputa sulla pista nera dell’ippodromo parigino di Vincennes. I potenziali acquirenti di Varenne, al debutto, sono titubanti per via di un chip, una cartilagine ossea non calcificata. Chi non ha dubbi è Giampaolo Minnucci, guidatore romano che convince Enzo Giordano, agente di cambio napoletano, a investire 180 milioni di lire per l’acquisto del cavallo.
Il fenomeno Varenne ha il duplice effetto di sconvolgere il trotto mondiale e di riportare l’ippica italiana alla ribalta, dopo anni di involuzione che l’ha relegata ai margini dello sport e fuori dalle scene dei grandi network nazionali. Per qualche mese a tenere banco è una sorta di dualismo alla Coppi e Bartali, tra Varenne e Viking Kronos, il cavallo italiano che in quel momento più forte. Il responso definitivo sulla supremazia viene dal Derby del trotto dell’11 ottobre 1999, che li vede entrambi in pista. La gara dura poco: Varenne, subito in testa, vince senza difficoltà. Viking Kronos, solo quinto, chiude la carriera. I primi confronti di Varenne coi campioni stranieri sono invece dall’esito alterno.
Il 14 novembre 1999, all’ippodromo di San Siro, il fuoriclasse indigeno batte Moni Maker, ritenuta la regina del trotto mondiale. E il segno che qualcosa è cambiato anche nell’attenzione dei media nei confronti dell’ippica lo dà l’editoriale che il direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, dedica all’impresa. Il 30 gennaio 2000 è il giorno dell’esordio all’Amerique. Le prime due partenze col sistema della racchetta, favorevoli al campione indigeno, vengono annullate inspiegabilmente. Nella terza Varenne, in posizione defilata, tenta di riguadagnare spazio, ma arriverà strematola traguardo, battuto da General du Pommeau e da Galopin du Ravary. Nonostante l’esito della corsa, impressionante appare subito il recupero di Varenne.
E’ il preludio del trionfo: in primavera Varenne inanella successi a Goteborg, dove si vendica pure di General du Pommeua, e al Lotteria di Agnano. E’ la consacrazione: tutti cercano di accaparrarsi il cavallo; la spunta Snai, che acquista da Enzo Giordano il 50 per cento della proprietà del campione, diventato intanto testimonial di una campagna pubblicitaria. Il 28 gennaio 2001, dopo aver corso sempre in testa, Varenne si aggiudica il Prix d’Amerique davanti a 5.000 italiani in delirio. E’ la definitiva consacrazione, confermata dal bis nel Lotteria e dalla vittoria a Solvalla, il 27 maggio, nell’Elitloppet. Pochi giorni dopo, a Roma, Varenne sfila tra due ali di folla, in Piazza del Popolo, come un imperatore di ritorno dalle campagne vittoriose. Un evento storico organizzato dall’Unire, dal significativo titolo “da Pegaso a Varenne”.
La striscia dei successi non sembra fermarsi: dopo un intoppo estivo a Milano, il 29 luglio Varenne straccia il record del mondo sul giro di pista in 1,51,1, sulla mitica pista del Meadowlands, nel New Jersey. Il 2002 sembra la fotocopia dell’anno prima: trionfo nell’Amerique, in gennaio, tris nel Lotteria e nuovo successo a Solvalla. Varenne è ormai il simbolo vincente dell’ippica italiana. Ma assieme al rilancio dell’immagine sportiva, serve, come più volte ricorda il Commissario Riccardo Andriani, la partecipazione attiva di tutte le componenti del settore: questa è la strada intrapresa dall’attuale gestione dell’Ente. La convention organizzata per il 70° anniversario dell’Unire ha riproposto con forza questa necessità, assieme all’estremo bisogno di curare l’aspetto promozionale. Temi scottanti sono stati e vengono intanto affrontati: la classificazione degli ippodromi, doping e antidoping, il progetto ambizioso sul polo di Settimo Milanese.
Il chi è dell’Unire
All’inizio del ’99 viene nominato commissario il conte Guido Melzi D’Eril, ippico di spicco. Dopo circa un anno, il conte Melzi diventa, per circa un altro anno, presidente. La sua nomina viene però revocata dal ministro dell’Agricoltura, Pecoraio Scanio, per ragioni di incompatibilità. Al suo posto, come facente funzioni, per sette mesi il professor Giovanni Polara. Il 27 luglio 2001 il ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno, nomina commissario straordinario l’avvocato Riccardo Andriani e sub l’on. Mario Masini, Angelo Giuliani e Medardo Zanetti. A giugno 2002 la nomina di Andriani viene rinnovata per altri sei mesi, con l’obiettivo dichiarato di fargli portare a termine il riordino dell’Ente.
La convention
Il libro
(E’ nel 1926 che nasce ufficialmente il Derby del Trotto. Si disputa sulla pista di mezzo miglio dell’ippodromo romano di Villa Glori. Malacoda è il primo nome che apre il Libro d’Oro dei vincitori classici)
Lo Csio come lo conosciamo oggi nasce però solo nel 1926, quando si disputa la Coppa delle Nazioni (allora Coppa Mussolini), vinta nella sua prima edizione da cavalieri italiani.
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