DELa pista. Alla banlieue di Parigi, sul plateau de Gravelle, i francesi hanno tracciato una pista, dal fondo instabile, un sabbione bitumoso, che con il tempo buono sfuggiva sotto gli zoccoli dei cavalli e con il tempo cattivo ne invischiava l’azione: un’ellisse, Vincennes, che comprende una vertiginosa discesa e una salita di oltre un chilometro, che termina a 50 metri dal traguardo. Il fondo della pista, va subito detto, è stato migliorato ma le ondulazioni all’insù e all’ingiù sono rimaste. Questa pista ha creato una razza: ha trasformato i carrozzieri normanni in guerrieri, capaci di vincere il confronto con gli standardbred americani. | Mario Fossati, la Repubblica 27 gennaio 1989
Uranie
La velocità della luce. Uranie è stata la prima stella nella storia del trotto. Questa cavalla fu affidata all’italiano Valentino Capovilla e fu una prospettiva terrificante per tutti i suoi concorrenti sulla pista di cenere di Vincennes negli anni ’20. Le sue vittorie senza sforzo causavano così tanto scoraggiamento tra gli avversari che gli organizzatori del Grand Prix d’Amérique hanno deciso che dovesse avere un handicap minimo di 50 metri. Fu la vincitrice nel 1926, 1927 e 1928 e dopo ancora allineata alla partenza per altri due anni. Era un vero idolo che correva alla velocità della luce e l’ammirazione provata per lei dal pubblico non conosceva limiti. | sito ufficiale Grand Prix d’Amérique
Gélinotte
Nervosa e capricciosa. Gélinotte fu la prima superba campionessa a emergere dopo la guerra. Il suo proprietario, la signora Karle, affidò questa cavalla nervosa e capricciosa a un talentuoso istruttore e maestro di trotto, il grande Charley Mills. … Riuscì a distinguersi dalla folla anche come fattrice, con suo figlio Ura, padre di Lurabo (vincitore del Grand Prix d’Amérique 1984) e nonno di Ourasi, il campione più popolare di tutti i tempi.
Roquepine
Nata di notte. Anche quelli che avevano perso finivano per ammirare questa cavalla robusta e molto “francese”, che quando era ferma o camminava non era niente di straordinario, ma nello sforzo diventava bella, era armonica e flessuosa. Se ne va la cavalla Roquepine dopo avere fatto guadagnare al suo proprietario Levesque oltre 600 milioni. Pochi mesi fa, allevatori americani hanno offerto per lei quasi un miliardo, la stessa cifra con cui era stato ceduto il favoloso Ribot. Ma Levesque ha rifiutato perché calcola di guadagnare ancora parecchio denaro con i figli che nasceranno. Dopo quattro anni di trionfi Roquepine lascia le gare e torna ai pascoli della Normandia, dove è nata in una notte di primavera (i puledri nascono quasi sempre di primavera, e durante la notte, come se le madri volessero avvolgere l’avverarsi della maternità di silenzio e di quiete).
In quei prati della Normandia la puledra Roquepine ha corso liberamente con il branco dei coetanei, quasi tutti più belli di lei e che davano maggiori speranze. Francamente, non si aveva troppa fiducia nella puledra Roquepine: padre e madre erano trottatori non eccezionali, soltanto discreti. Se c’era una speranza, veniva dalla quadrisavola: dallo studio delle genealogie e delle correnti di sangue, risultava infatti che la bisnonna della madre era la grande Uranie, l’unico cavallo che aveva vinto tre volte nel Prix d’Amérique. Ora, ecco un argomento per quelli che sostengono che “il buon sangue non mente”. | Luciano Curino, la Stampa, 24 novembre 1968
La sua morte. Roquepine, la leggendaria fuoriclasse del trotto francese ed internazionale, è morta improvvisamente stamane. A stroncarla è stata un emorragia sopravvenuta dopo un aborto. Roquepine era nata nel 1961. Corse fino a dieci anni. L’ultimo periodo della sua carriera, sebbene ancora costellato di successi — è stato meno luminoso. Già pesavano sul fisico della campionessa innumerevoli durissime battaglie. … Da mezzogiorno la metropolitana scaricava a Chateau de Vincennes migliaia di persone che si incolonnavano sotto la tettoia degli autobus per raggiungere l’Ippodromo. Per accelerare il movimento dell’interminabile coda, un controllore ripeteva come invito: “Andiamo, andiamo a vedere il festival di Roquepine”. | Elvio Rossi, la Stampa, 19 dicembre 1975
Ourasi
Su un cuscino d’aria. L’ultimo mostro del trotto francese è Ourasi. Per battere Ourasi, si dice, in Francia, occorrerebbe che un solo trottatore riunisse in sé la velocità di Jamin, il fondo di Bellino II, la maneggevolezza di Une de Mai, la serenità d’Ideal du Gazeau, il piccolo grano di follia di Fakir du Vivier, la regolarità di Roquepine, la quinta marcia di Tidalium Pelo. Ma questo trottatore non esiste. Anche perché il supercrack è lui, Ourasi, che corre su un cuscino d’aria. | Mario Fossati, la Repubblica 27 gennaio 1989
Non faceva la pipì. Ha dieci anni, questo trottatore fuoriclasse. Vince quattro miliardi di lire: e l’indomani dell’Amérique indipendentemente dagli esiti della corsa Ourasi verrà accompagnato in un allevamento, naturalmente di Normandia, dove reciterà la parte del sultano nell’harem. Lo scorso anno Ourasi aveva tentato la quarta consecutiva vittoria: una cattiva partenza gli è valsa soltanto il terzo posto. Un insuccesso che pesava. Gli anni difficili erano cominciati, per Ourasi: e quasi di una congiura del destino si trattasse anche per il suo clan, per i suoi allevatori e proprietari i coniugi Raoul Ostheimer e Rachel Tessier, che divorziarono e per il formidabile driver-trainer Jean-René Gougeon, colpito da un ictus. Secondo il lad Philippe Renouf una misteriosa angoscia si era impadronita pure di Ourasi, che, nel 1988-’89 aveva perduto quella voglia di trottare e di vincere, che Jean-Réne Gougeon definisce lo spirito dilettantistico che sta alla base della salute anche morale (sic!) di un atleta a quattro gambe. Bisogna dire che le condizioni non ottimali avevano messo in forse la partecipazione di Ourasi a questo Amérique. Non gli tornava il conto dei globuli bianchi: e ancora: Ourasi era afflitto da un malanno banale che generalmente capita a vecchi e bambini: non gli riesce sempre di fare pipì. | Mario Fossati, la Repubblica 28 gennaio 1990
Bellino II
Il nome sbagliato del cavallo matto. Bellino II nacque sotto i peggiori auspici il 26 febbraio del ’67. I genitori erano due illustri sconosciuti. Belle de Jour III, la madre, era costata 350mila lire e non aveva mai vinto una corsa. Il padre Boum II era stato tolto dagli ippodromi per scarso rendimento e nemmeno come stallone era riuscito a guadagnarsi fama, il prezzo di una sua monta non superava le 75mila lire. I due genitori erano pressoché decrepiti: 22 anni lei, 24 lui, e anche il luogo di quel senile incontro d’amore era dei meno promettenti: il paesino di Vitaz-Monthouse nell’Alta Savoia, più noto per l’allevamento delle vacche che non per quello dei cavalli.
Come se tutto ciò non bastasse, il neonato dall’oscura genealogia dovette subire anche un errore di battesimo. Il proprietario, Maurice Macheret, industriale francese degli spaghetti e della carne in scatola, voleva chiamare il puledrino Belluno perché gli era piaciuta molto la nostra città durante una vacanza in Veneto. Ma nella trascrizione sui registri ippici avvenne uno scambio di vocali. … Cresceva brutto e sgraziato: le gambe sproporzionate rispetto allo scheletro troppo massiccio, un collo fragile in confronto al testone. Aveva squilibri di muscolatura che lo facevano camminare un po’ sbilenco, e perfino la dentatura era difettosa.
Per i difetti di muscolatura agli adduttori delle spalle, Bellino faticava a sopportare il peso del sulky. Si mostrava sempre più riottoso agli allenamenti, bastava un nonnulla per farlo rabbuiare o per provocare i suoi scatti di collera. Se un compagno di stalla gli era antipatico si rifiutava di mangiare la biada e in corsa si comportava da lunatico. Un giorno, in allenamento nel bosco di Grosbois, vide volargli qualcosa davanti alla testa, probabilmente una foglia secca. Chiuse gli occhi, si piantò e non volle più saperne di andare avanti. … Si cominciò a sussurrare di mandarlo definitivamente dal macellaio. … I problemi di accensione erano nel cervello e a ogni problema bisognava trovare una soluzione. Se Bellino aveva ancora paura per quella foglia volata nel bosco, ecco pronto un cappuccio con paraocchi, ma siccome il futuro Roi non sopportava nemmeno il cappuccio ecco il trucco di trovare un colore a lui gradito: una bella cappetta rossa e vezzosa. Se Bellino soffriva per il morso che gli batteva in bocca sul molare lungo, ecco studiato un altro morso, speciale, costruito in modo da non battere sul punto dolente. Un bel giorno non voleva più correre perché gli dava fastidio lo sfregamento dei genitali sulle cosce e anche quest’ennesima sofferenza fu vinta elaborando un sospensorio di plastica legato sotto la pancia. … In due anni questo cavallo che pesa 600 chili ed è alto 1,75 al garrese ha vinto più di un miliardo, ma non vuol dire che sia completamente guarito dalla pazzia. Nel suo box ha voluto con sé, come sempre, il volpino bianco di nome Tim. Altri cavalli si accontentano di una capretta, Bellino no. Il cagnolino è l’unico compagno che accetti alla vigilia delle corse. Tim deve dormire con lui e deve corrergli accanto durante le sgambature. | Ettore Botti, Corriere d’informazione, 6 aprile 1976
Tornese
La iella, la strega dai denti verdi, si aggrappava immancabilmente alla sua coda. L’immagine di Tornese elegantissimo, che spicca sul fondo nero dell’ellisse parigino, alla maniera di un raffinato giocattolo meccanico, mi accompagna da una vita. Era l’immagine tenera e tematica del nostro trotto. Tornese venne battuto da Hairos II, che trascinava un enorme sulky, ad un’andatura che trotto non era. «Una faccenda da squalifica» protestava giustamente Brighenti. «Se fossi un cuore tenero – commentava – stasera, a Parigi mi metterei a piangere. Di giorno si lavora, per piangere c’è la notte. Torneremo a Vincennes».
Ci ritrovammo l’anno dopo (il 1961) noi della parrocchia a… consolare Brighenti, per il secondo maledetto secondo posto. Il «biondo» aveva infilzato tutti i dinosauri francesi, fuorché una cavallona normanna, Masina, che amava (ricambiata) il suo guidatore Francis Brohier ma detestava tutti gli altri maschi (a due o quattro gambe che fossero). «Povero vecchio, come ti hanno trattato» faceva Brighenti, ravviando la criniera di seta di Tornese che nitriva indispettita. | Mario Fossati, la Repubblica, 27 gennaio 2002
Timothy T.
Timothy T. era americano nell’espressione morfologica: francese, nel carattere. Vinceva spesso: perdeva poco. C’era gente in tribuna che a vedere perdere Timothy T. le prendeva un nodo alla gola ed altra che ne accoglieva le vittorie con un moto di ribellione. Era una specie di falco nero, bello e perfido. Nel Premio Locatelli, a San Siro, aveva trottato un “parziale” da 1.10 (che fanno 51,428 orari). Timothy usciva dall’ideale corsia, dava l’impressione di decollare.
Il suo carnet. L’Hambletonian del ’70 (quando ancora dimorava nelle scuderie di O’ Brien e lo guidava Simpson), in America. In Europa, con Baldi e Biasuzzi: Elitlopp a Solvalla, il “Paris”, il campionato italiano, il “Nazioni” eccetera eccetera. Perdette l’Amerique a cento metri dal palo d’arrivo. Sulla salita di Vincennes aveva volato via Eleazar, Catharina, Une de Mai e Axius. Nell’Amerique, diceva Baldi, la velocità lo ha preso in braccio e l’ha affogato. Il trotto di Timothy, cavallo di notevoli proporzioni, era un volo lieve, in cima ad un filo. Lo zoccolo si posava e si alzava come una farfalla. La velocità di punta di un trottatore è di sette secondi sui cento metri (per Timothy di cinque). Al ritmo di Timothy i passaggi ovvero l’impiego fra i due bipedi laterali destro e sinistro, erano vertiginosi.
Timothy T. è morto nel suo harem, l’allevamento. Una notte avrebbe sbattuto un fianco sulla parete del box. Frattura. L’operarono. Gli imbullonarono l’arto. La ferita non si rimarginò. “Non mi ci faccia pensare, mi ha detto Baldi, giorni fa. È il più grande cavallo che ho guidato. Gli volevamo bene, io, i signori Biasuzzi, Claudio, l’uomo che lo curava e una foltissima parte del pubblico. Ma la cattiveria umana non ha confini. Un campione siffatto scivola nel box? Io non l’ho mai creduto“. | Mario Fossati, la Repubblica, 10 gennaio 1987
Varenne
Soprannomi. C’è una associazione di fans di Varenne che si chiama “La figlia del Capitano” e che tutti gli anni, quando il cavallo compie gli anni, organizza una grande festa e gli porta una torta di mele e carote. Varenne sembra capire quando arriva quel giorno. Si guarda in giro eccitato. Tra le persone che vengono a festeggiarlo, c’è sempre una ragazza che si chiama Alice e che è su una sedia a rotelle. Quando la vede, Varenne le si avvicina, abbassa la testa e si fa accarezzare, dimostrando una delicatezza straordinaria.
«Il soprannome “Capitano”, glielo hanno dato alcuni giornalisti tifosi del Milan in onore di Franco Baresi che era il capitano della squadra rossonera. Il nome Varenne invece viene da “rue de Varenne” la via dove si trova l’Ambasciata italiana a Parigi. Quando correva il suo risultava tra i 5.000 nomi di “personaggi italiani” più famosi all’estero. Ci fu anche chi cercò di convincere il presidente Napolitano a nominare Varenne “cavaliere della Repubblica”. Ma dal momento che non era possibile nominare “cavaliere” un cavallo, il presidente gli concesse una targa d’argento per meriti sportivi. | Nicola Allegri, Oggi, 29 aprile 2015
La rockstar. Chissà se Varenne sa che quei cartelli esposti sulla tribuna sono tutti per lui. Chissà se sa di essere diventato famoso quanto Ribot e Moni Maker e forse più di Furia il cavallo del West e di Aquilante, la “malabestia” di Brancaleone da Norcia. Chissà se sa che quelle corse che è costretto a fare lo hanno reso un mito o se le considera solo delle sgambate con un buffo carretto attaccato dietro di sé e un signore noioso che lo sprona ad andare più forte. Insomma, chissà se “Varenne l’equino” sa di essere “Varenne il Capitano”, il più forte trottatore della storia. Le persone che gli vivono accanto giurano di sì , sono convinte che lui si renda conto di quello che è e di quello che fa, tanto da gestire le corse come un atleta “umano”. E forse c’è da credergli, perché se Varenne non fosse speciale non si giustificherebbe uno staff tutto per lui. Quasi fosse una rockstar o un divo del cinema, questo cavallo è circondato da uomini e donne che lavorano per lui | Daniele Bresciani, Gazzetta dello sport, 26 gennaio 2002
Motore. Sotto il mantello lucido c’è un telaio di acciaio puro, al posto di muscoli e polmoni un motore con cilindri e turbina. Varenne non è un cavallo, è un essere quasi soprannaturale, altrimenti non avrebbe potuto scaricare sul terreno lo spettacolo del suo secondo Amérique. | Michele Ferrante, la Gazzetta dello sport, 28 gennaio 2002
Varenne e l’amore
➣ Jacopo, raccontiamo la giornata del campione in pensione. «Varenne si sveglia presto, tra le 7.30 e le 8. Anna Crespo, la tata che si occupa di lui da 15 anni e della quale si fida ciecamente, gli dà da mangiare, lo pulisce e lo porta a fare un po’ di jogging: 40 minuti alla corda in cui trotterella. Poi relax puro. Varenne va nel recinto personale di 50 metri per 50 e ci sta fino a quando si stufa».
➣ Non si annoia a stare sempre solo? «No, perché è comunque a contatto visivo con altri cavalli e controlla la situazione. Quando è stanco fa capire alla tata che vuole rientrare nel box, avvicinandosi al cancello o cercandola con lo sguardo. Verso le 17 cena e poi si mette a dormire».
➣ Una vita sanissima. Scusi, e quando si riproduce? «Il periodo della monta inizia il 15 febbraio e finisce il 15 luglio. In questi mesi a Varenne ogni lunedì, mercoledì e venerdì dopo che ha fatto jogging viene prelevato il seme».
➣ Domanda ingenua: perché non lo fate accoppiare fisicamente? «Per diversi motivi. C’è il pericolo che la cavalla scalci e gli faccia male. Per una questione di igiene e infezioni. E poi perché col seme raccolto possiamo fecondare più cavalle: le provette le mandiamo in tutto il mondo».
➣ Come funziona la monta? «Varenne viene portato vicino alle cavalle e così si eccita. Vede laggiù quell’attrezzo di cuoio e acciaio che ricorda la cavallina della ginnastica artistica? Ecco, lo si fa salire appoggiandolo da dietro e gli si applica questo tubo, che è un vagina artificiale. Dopo pochi minuti il seme è raccolto: da una boccetta ce ne è abbastanza per ingravidare cinque o sei cavalle».
➣ E lo vendete. «Ogni provetta viene impacchettata in una scatola con del ghiaccio. E spedita al compratore».
➣ Quanto costa? «Cinquanta euro più spedizione».
➣ Solo? «Aspetti. Il pagamento vero viene fatto alla nascita del puledro: se tutto va a buon fine il prezzo è di 12 mila euro più Iva».
➣ Quanti figli ha Varenne?
«In Italia, per legge, può fecondare al massimo 150 cavalle l’anno. In tutto il mondo credo che siano nati qualcosa come 2100 baby Varenne».
➣ Jacopo, domanda inevitabile. Quante volte Varenne diciamolo romanticamente ha fatto l’amore? Sì, insomma, con quante cavalle vere si è accoppiato? Perché quello sguardo? «Nessuna. Varenne non è mai stato con una cavalla e mai ci starà».
➣ Ah. Ma non è una scelta crudele? «Sì, capisco che per chi non è del settore lo sembri: ai tempi Giorgio Tosatti scrisse che siamo degli aguzzini. Ma per i cavalli il sesso è diverso, è meno romantico». | Alessandro Dell’Orto, Libero, 19 marzo 2017
Bold Eagle
L’ultimo fenomeno. «Le petit Varenne», nientemeno: se il 43enne allenatore francese Sébastien Guarato, campione dei trainer nel 2014 (162 centri e 5 milioni vinti) e 2015 (164 successi e 7,2 milioni) continuava a chiamare così il suo trottatore Bold Eagle, un motivo doveva pur esserci. E il cavallo francese di 5 anni lo ha spiegato ieri a tutto il mondo disintegrando di mezzo secondo a Parigi il record di 95 edizioni del Prix d’Amerique (media di 1’11”4 al km sui 2.700 metri) per la gioia del «signor Mc Donald’s» in Francia, cioè del suo proprietario svizzero Pierre Pilarski, licenziatario oltralpe di molti fast food della catena. Un’impresa doppiamente leggendaria: perché Bold Eagle a distanza di appena quattro anni imita il padre Ready Cash che già aveva vinto la corsa-faro del trotto mondiale nel 2011 e 2012. | Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 1 febbraio 2016
Jean-René Gougeon
L’uomo dei record. Ha vinto 8 Amérique come driver guidando Roquépine (1966, 1968), Bellino II (1975, 1976, 1977) e Ourasi (1986, 1987, 1988)
Alessandro Finn
Il primo mago driver. Alessandro Finn era un mago del trotto, fuggito dalla Russia portandosi dietro dieci cavalli, arrivato a Milano nel 1921 per rimanere in via definitiva. Guidava, vinceva come nessuno. Sei Grand Prix d’Amerique tra il 1924 e il ’51, il cronometro in mano, da far scattare ogni quarto di miglio, una rivoluzione tecnica nell’allenamento dei trottatori. Piccolo, i baffetti a incudine, un cuore grande così. Le sue gesta hanno percorso i viali di San Siro per decenni, c’era chi giurava tenesse da qualche parte un sacchetto pieno di diamanti sottratti alla Rivoluzione.
Prendeva il tram a piazzale Lotto. Al bigliettaio lasciava una mancia pari al costo di 10 biglietti. Pari al costo di 70 biglietti. Pari al costo del tram. Le cifre variavano in relazione al narratore. Il tram, invece, sempre quello. Pieno di gente, alle 13.30, con il giornale, inteso come Trotto Sportsman, sotto il braccio, già letto e studiato per ore al bar. Diretti, tutti, all’ippodromo, per vedere sgambare i cavalli, prima di “mettere su”, completata l’ultima verifica. “Mettere su la rebonza”, il malloppo, tutti i soldi “compresi i bambini”. Durante la guerra il tragitto rischiava di diventare più lento. Suono delle sirene, un allarme inconfondibile. Il tram si fermava. Minuti, quarti d’ora, in una frenesia crescente. Sino a quando qualcuno si rivolgeva in dialetto al conducente: «Andiamo, tanto non bombardano». | Giorgio Terruzzi, Icon, giugno 2015
La prima donna a vincere. Ina ed Helen, dunque, al traguardo di un “Amérique” che farà epoca: Scot, la cavallina che viene dal freddo ed Helen, la prima donna che partecipa ad un Amérique e lo vince, così stabilendo due record prestigiosi (l’esordio e la prima vittoria in Amérique) che non potranno mai più essere battuti. Nella loro scia, sul traguardo, una terza femmina, Vourasie. …. È stato il marito di Helen Ann, Kjell Dahlstrom, ad incoraggiare e ad esigere che fosse lei, Helenn – una figurina fragile, elegante – a guidare in corsa Ina Scot, in un gran premio tremendamente difficile con trottatori che sono guerrieri e trottatrici che assomigliano ad amazzoni, di carattere piuttosto virile. … Sulla pista nera di carbone, Helen Anne Johansson ha guidato magistralmente. Ha condotto la sua Ina, dietro le ruote del sulky della grossa Vourasie e lì l’ha accompagnata. … Sulla retta d’arrivo, la torma si era aperta come una pesca. Helen aveva agitato le redini e il frustino. Sostenuta da braccia divenute immediatamente d’acciaio, strattonata da un immaginario elastico, irresistibile progrediva vertiginosamente Ina Scot. Formidabile Helen! Vinceva la sua Ina, bella e perfida. | Mario Fossati, 30 gennaio 1995
Uno dei grandi cantori dell’ippica. Come ci insegnò il poeta Luigi Gianoli, nuvoletta rosa della nostra vita giornalistica, i cavalli parlano. Bisogna entrare nel loro vocabolario. Ben pochi ci riescono. L’impareggiabile Gianoli una volta si spinse al punto da intervistare Ribot. Un servizio serio e soprattutto vero. | Candido Cannavò, la Gazzetta dello sport, 28 gennaio 2001
Il suo addio. Nitriti nella navata. La chiesa di San Giovanni Bono sembrava trasformata in ippodromo. Ed eleganti fantasmi si protendevano sopra la bara, scuotendo la criniera al vento dei ricordi: Cavaliere d’Arpino e Ribot, Tornese e Sirlad, Crevalcore e Cogne, insieme ai suoi cavalli Terrificante, Burik, Alclad. Luigi Gianoli, il grande giornalista, l’uomo che incantava i cavalli, se n’è andato in un silenzio trapunto di zoccoli e di sospiri. Una cerimonia funebre semplice e singolare. … Non c’era nemmeno un allenatore, né un guidatore, né un solo fantino che pure Gianoli con la sua penna magica ha reso immortali. Gianoli amava la solitudine. Dalla sua bara di noce, certo, ha tenuto in non cale quelle diserzioni. Facendo roteare la sua intelligenza affilata come una lama di Toledo avrebbe detto con un sorriso: nemmeno Ulisse era ai funerali di Omero. Intorno alla bara strepitosi sussurri. … Si poteva udire il frinire delle ruote e lo stridio dei freni oltre il traguardo. E lo sbuffare dei cavalli al dissellaggio, quando anche il sole saluta. | Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 19 settembre 1998
Uranie
La velocità della luce. Uranie è stata la prima stella nella storia del trotto. Questa cavalla fu affidata all’italiano Valentino Capovilla e fu una prospettiva terrificante per tutti i suoi concorrenti sulla pista di cenere di Vincennes negli anni ’20. Le sue vittorie senza sforzo causavano così tanto scoraggiamento tra gli avversari che gli organizzatori del Grand Prix d’Amérique hanno deciso che dovesse avere un handicap minimo di 50 metri. Fu la vincitrice nel 1926, 1927 e 1928 e dopo ancora allineata alla partenza per altri due anni. Era un vero idolo che correva alla velocità della luce e l’ammirazione provata per lei dal pubblico non conosceva limiti. | sito ufficiale Grand Prix d’Amérique
Gélinotte
Nervosa e capricciosa. Gélinotte fu la prima superba campionessa a emergere dopo la guerra. Il suo proprietario, la signora Karle, affidò questa cavalla nervosa e capricciosa a un talentuoso istruttore e maestro di trotto, il grande Charley Mills. … Riuscì a distinguersi dalla folla anche come fattrice, con suo figlio Ura, padre di Lurabo (vincitore del Grand Prix d’Amérique 1984) e nonno di Ourasi, il campione più popolare di tutti i tempi.
Roquepine
Nata di notte. Anche quelli che avevano perso finivano per ammirare questa cavalla robusta e molto “francese”, che quando era ferma o camminava non era niente di straordinario, ma nello sforzo diventava bella, era armonica e flessuosa. Se ne va la cavalla Roquepine dopo avere fatto guadagnare al suo proprietario Levesque oltre 600 milioni. Pochi mesi fa, allevatori americani hanno offerto per lei quasi un miliardo, la stessa cifra con cui era stato ceduto il favoloso Ribot. Ma Levesque ha rifiutato perché calcola di guadagnare ancora parecchio denaro con i figli che nasceranno. Dopo quattro anni di trionfi Roquepine lascia le gare e torna ai pascoli della Normandia, dove è nata in una notte di primavera (i puledri nascono quasi sempre di primavera, e durante la notte, come se le madri volessero avvolgere l’avverarsi della maternità di silenzio e di quiete).
In quei prati della Normandia la puledra Roquepine ha corso liberamente con il branco dei coetanei, quasi tutti più belli di lei e che davano maggiori speranze. Francamente, non si aveva troppa fiducia nella puledra Roquepine: padre e madre erano trottatori non eccezionali, soltanto discreti. Se c’era una speranza, veniva dalla quadrisavola: dallo studio delle genealogie e delle correnti di sangue, risultava infatti che la bisnonna della madre era la grande Uranie, l’unico cavallo che aveva vinto tre volte nel Prix d’Amérique. Ora, ecco un argomento per quelli che sostengono che “il buon sangue non mente”. | Luciano Curino, la Stampa, 24 novembre 1968
La sua morte. Roquepine, la leggendaria fuoriclasse del trotto francese ed internazionale, è morta improvvisamente stamane. A stroncarla è stata un emorragia sopravvenuta dopo un aborto. Roquepine era nata nel 1961. Corse fino a dieci anni. L’ultimo periodo della sua carriera, sebbene ancora costellato di successi — è stato meno luminoso. Già pesavano sul fisico della campionessa innumerevoli durissime battaglie. … Da mezzogiorno la metropolitana scaricava a Chateau de Vincennes migliaia di persone che si incolonnavano sotto la tettoia degli autobus per raggiungere l’Ippodromo. Per accelerare il movimento dell’interminabile coda, un controllore ripeteva come invito: “Andiamo, andiamo a vedere il festival di Roquepine”. | Elvio Rossi, la Stampa, 19 dicembre 1975
Ourasi
Su un cuscino d’aria. L’ultimo mostro del trotto francese è Ourasi. Per battere Ourasi, si dice, in Francia, occorrerebbe che un solo trottatore riunisse in sé la velocità di Jamin, il fondo di Bellino II, la maneggevolezza di Une de Mai, la serenità d’Ideal du Gazeau, il piccolo grano di follia di Fakir du Vivier, la regolarità di Roquepine, la quinta marcia di Tidalium Pelo. Ma questo trottatore non esiste. Anche perché il supercrack è lui, Ourasi, che corre su un cuscino d’aria. | Mario Fossati, la Repubblica 27 gennaio 1989
Non faceva la pipì. Ha dieci anni, questo trottatore fuoriclasse. Vince quattro miliardi di lire: e l’indomani dell’Amérique indipendentemente dagli esiti della corsa Ourasi verrà accompagnato in un allevamento, naturalmente di Normandia, dove reciterà la parte del sultano nell’harem. Lo scorso anno Ourasi aveva tentato la quarta consecutiva vittoria: una cattiva partenza gli è valsa soltanto il terzo posto. Un insuccesso che pesava. Gli anni difficili erano cominciati, per Ourasi: e quasi di una congiura del destino si trattasse anche per il suo clan, per i suoi allevatori e proprietari i coniugi Raoul Ostheimer e Rachel Tessier, che divorziarono e per il formidabile driver-trainer Jean-René Gougeon, colpito da un ictus. Secondo il lad Philippe Renouf una misteriosa angoscia si era impadronita pure di Ourasi, che, nel 1988-’89 aveva perduto quella voglia di trottare e di vincere, che Jean-Réne Gougeon definisce lo spirito dilettantistico che sta alla base della salute anche morale (sic!) di un atleta a quattro gambe. Bisogna dire che le condizioni non ottimali avevano messo in forse la partecipazione di Ourasi a questo Amérique. Non gli tornava il conto dei globuli bianchi: e ancora: Ourasi era afflitto da un malanno banale che generalmente capita a vecchi e bambini: non gli riesce sempre di fare pipì. | Mario Fossati, la Repubblica 28 gennaio 1990
Bellino II
Il nome sbagliato del cavallo matto. Bellino II nacque sotto i peggiori auspici il 26 febbraio del ’67. I genitori erano due illustri sconosciuti. Belle de Jour III, la madre, era costata 350mila lire e non aveva mai vinto una corsa. Il padre Boum II era stato tolto dagli ippodromi per scarso rendimento e nemmeno come stallone era riuscito a guadagnarsi fama, il prezzo di una sua monta non superava le 75mila lire. I due genitori erano pressoché decrepiti: 22 anni lei, 24 lui, e anche il luogo di quel senile incontro d’amore era dei meno promettenti: il paesino di Vitaz-Monthouse nell’Alta Savoia, più noto per l’allevamento delle vacche che non per quello dei cavalli.
Come se tutto ciò non bastasse, il neonato dall’oscura genealogia dovette subire anche un errore di battesimo. Il proprietario, Maurice Macheret, industriale francese degli spaghetti e della carne in scatola, voleva chiamare il puledrino Belluno perché gli era piaciuta molto la nostra città durante una vacanza in Veneto. Ma nella trascrizione sui registri ippici avvenne uno scambio di vocali. … Cresceva brutto e sgraziato: le gambe sproporzionate rispetto allo scheletro troppo massiccio, un collo fragile in confronto al testone. Aveva squilibri di muscolatura che lo facevano camminare un po’ sbilenco, e perfino la dentatura era difettosa.
Per i difetti di muscolatura agli adduttori delle spalle, Bellino faticava a sopportare il peso del sulky. Si mostrava sempre più riottoso agli allenamenti, bastava un nonnulla per farlo rabbuiare o per provocare i suoi scatti di collera. Se un compagno di stalla gli era antipatico si rifiutava di mangiare la biada e in corsa si comportava da lunatico. Un giorno, in allenamento nel bosco di Grosbois, vide volargli qualcosa davanti alla testa, probabilmente una foglia secca. Chiuse gli occhi, si piantò e non volle più saperne di andare avanti. … Si cominciò a sussurrare di mandarlo definitivamente dal macellaio. … I problemi di accensione erano nel cervello e a ogni problema bisognava trovare una soluzione. Se Bellino aveva ancora paura per quella foglia volata nel bosco, ecco pronto un cappuccio con paraocchi, ma siccome il futuro Roi non sopportava nemmeno il cappuccio ecco il trucco di trovare un colore a lui gradito: una bella cappetta rossa e vezzosa. Se Bellino soffriva per il morso che gli batteva in bocca sul molare lungo, ecco studiato un altro morso, speciale, costruito in modo da non battere sul punto dolente. Un bel giorno non voleva più correre perché gli dava fastidio lo sfregamento dei genitali sulle cosce e anche quest’ennesima sofferenza fu vinta elaborando un sospensorio di plastica legato sotto la pancia. … In due anni questo cavallo che pesa 600 chili ed è alto 1,75 al garrese ha vinto più di un miliardo, ma non vuol dire che sia completamente guarito dalla pazzia. Nel suo box ha voluto con sé, come sempre, il volpino bianco di nome Tim. Altri cavalli si accontentano di una capretta, Bellino no. Il cagnolino è l’unico compagno che accetti alla vigilia delle corse. Tim deve dormire con lui e deve corrergli accanto durante le sgambature. | Ettore Botti, Corriere d’informazione, 6 aprile 1976
Tornese
La iella, la strega dai denti verdi, si aggrappava immancabilmente alla sua coda. L’immagine di Tornese elegantissimo, che spicca sul fondo nero dell’ellisse parigino, alla maniera di un raffinato giocattolo meccanico, mi accompagna da una vita. Era l’immagine tenera e tematica del nostro trotto. Tornese venne battuto da Hairos II, che trascinava un enorme sulky, ad un’andatura che trotto non era. «Una faccenda da squalifica» protestava giustamente Brighenti. «Se fossi un cuore tenero – commentava – stasera, a Parigi mi metterei a piangere. Di giorno si lavora, per piangere c’è la notte. Torneremo a Vincennes».
Ci ritrovammo l’anno dopo (il 1961) noi della parrocchia a… consolare Brighenti, per il secondo maledetto secondo posto. Il «biondo» aveva infilzato tutti i dinosauri francesi, fuorché una cavallona normanna, Masina, che amava (ricambiata) il suo guidatore Francis Brohier ma detestava tutti gli altri maschi (a due o quattro gambe che fossero). «Povero vecchio, come ti hanno trattato» faceva Brighenti, ravviando la criniera di seta di Tornese che nitriva indispettita. | Mario Fossati, la Repubblica, 27 gennaio 2002
Timothy T.
Timothy T. era americano nell’espressione morfologica: francese, nel carattere. Vinceva spesso: perdeva poco. C’era gente in tribuna che a vedere perdere Timothy T. le prendeva un nodo alla gola ed altra che ne accoglieva le vittorie con un moto di ribellione. Era una specie di falco nero, bello e perfido. Nel Premio Locatelli, a San Siro, aveva trottato un “parziale” da 1.10 (che fanno 51,428 orari). Timothy usciva dall’ideale corsia, dava l’impressione di decollare.
Il suo carnet. L’Hambletonian del ’70 (quando ancora dimorava nelle scuderie di O’ Brien e lo guidava Simpson), in America. In Europa, con Baldi e Biasuzzi: Elitlopp a Solvalla, il “Paris”, il campionato italiano, il “Nazioni” eccetera eccetera. Perdette l’Amerique a cento metri dal palo d’arrivo. Sulla salita di Vincennes aveva volato via Eleazar, Catharina, Une de Mai e Axius. Nell’Amerique, diceva Baldi, la velocità lo ha preso in braccio e l’ha affogato. Il trotto di Timothy, cavallo di notevoli proporzioni, era un volo lieve, in cima ad un filo. Lo zoccolo si posava e si alzava come una farfalla. La velocità di punta di un trottatore è di sette secondi sui cento metri (per Timothy di cinque). Al ritmo di Timothy i passaggi ovvero l’impiego fra i due bipedi laterali destro e sinistro, erano vertiginosi.
Timothy T. è morto nel suo harem, l’allevamento. Una notte avrebbe sbattuto un fianco sulla parete del box. Frattura. L’operarono. Gli imbullonarono l’arto. La ferita non si rimarginò. “Non mi ci faccia pensare, mi ha detto Baldi, giorni fa. È il più grande cavallo che ho guidato. Gli volevamo bene, io, i signori Biasuzzi, Claudio, l’uomo che lo curava e una foltissima parte del pubblico. Ma la cattiveria umana non ha confini. Un campione siffatto scivola nel box? Io non l’ho mai creduto“. | Mario Fossati, la Repubblica, 10 gennaio 1987
Varenne
Soprannomi. C’è una associazione di fans di Varenne che si chiama “La figlia del Capitano” e che tutti gli anni, quando il cavallo compie gli anni, organizza una grande festa e gli porta una torta di mele e carote. Varenne sembra capire quando arriva quel giorno. Si guarda in giro eccitato. Tra le persone che vengono a festeggiarlo, c’è sempre una ragazza che si chiama Alice e che è su una sedia a rotelle. Quando la vede, Varenne le si avvicina, abbassa la testa e si fa accarezzare, dimostrando una delicatezza straordinaria.
«Il soprannome “Capitano”, glielo hanno dato alcuni giornalisti tifosi del Milan in onore di Franco Baresi che era il capitano della squadra rossonera. Il nome Varenne invece viene da “rue de Varenne” la via dove si trova l’Ambasciata italiana a Parigi. Quando correva il suo risultava tra i 5.000 nomi di “personaggi italiani” più famosi all’estero. Ci fu anche chi cercò di convincere il presidente Napolitano a nominare Varenne “cavaliere della Repubblica”. Ma dal momento che non era possibile nominare “cavaliere” un cavallo, il presidente gli concesse una targa d’argento per meriti sportivi. | Nicola Allegri, Oggi, 29 aprile 2015
La rockstar. Chissà se Varenne sa che quei cartelli esposti sulla tribuna sono tutti per lui. Chissà se sa di essere diventato famoso quanto Ribot e Moni Maker e forse più di Furia il cavallo del West e di Aquilante, la “malabestia” di Brancaleone da Norcia. Chissà se sa che quelle corse che è costretto a fare lo hanno reso un mito o se le considera solo delle sgambate con un buffo carretto attaccato dietro di sé e un signore noioso che lo sprona ad andare più forte. Insomma, chissà se “Varenne l’equino” sa di essere “Varenne il Capitano”, il più forte trottatore della storia. Le persone che gli vivono accanto giurano di sì , sono convinte che lui si renda conto di quello che è e di quello che fa, tanto da gestire le corse come un atleta “umano”. E forse c’è da credergli, perché se Varenne non fosse speciale non si giustificherebbe uno staff tutto per lui. Quasi fosse una rockstar o un divo del cinema, questo cavallo è circondato da uomini e donne che lavorano per lui | Daniele Bresciani, Gazzetta dello sport, 26 gennaio 2002
Motore. Sotto il mantello lucido c’è un telaio di acciaio puro, al posto di muscoli e polmoni un motore con cilindri e turbina. Varenne non è un cavallo, è un essere quasi soprannaturale, altrimenti non avrebbe potuto scaricare sul terreno lo spettacolo del suo secondo Amérique. | Michele Ferrante, la Gazzetta dello sport, 28 gennaio 2002
Varenne e l’amore
➣ Jacopo, raccontiamo la giornata del campione in pensione. «Varenne si sveglia presto, tra le 7.30 e le 8. Anna Crespo, la tata che si occupa di lui da 15 anni e della quale si fida ciecamente, gli dà da mangiare, lo pulisce e lo porta a fare un po’ di jogging: 40 minuti alla corda in cui trotterella. Poi relax puro. Varenne va nel recinto personale di 50 metri per 50 e ci sta fino a quando si stufa».
➣ Non si annoia a stare sempre solo? «No, perché è comunque a contatto visivo con altri cavalli e controlla la situazione. Quando è stanco fa capire alla tata che vuole rientrare nel box, avvicinandosi al cancello o cercandola con lo sguardo. Verso le 17 cena e poi si mette a dormire».
➣ Una vita sanissima. Scusi, e quando si riproduce? «Il periodo della monta inizia il 15 febbraio e finisce il 15 luglio. In questi mesi a Varenne ogni lunedì, mercoledì e venerdì dopo che ha fatto jogging viene prelevato il seme».
➣ Domanda ingenua: perché non lo fate accoppiare fisicamente? «Per diversi motivi. C’è il pericolo che la cavalla scalci e gli faccia male. Per una questione di igiene e infezioni. E poi perché col seme raccolto possiamo fecondare più cavalle: le provette le mandiamo in tutto il mondo».
➣ Come funziona la monta? «Varenne viene portato vicino alle cavalle e così si eccita. Vede laggiù quell’attrezzo di cuoio e acciaio che ricorda la cavallina della ginnastica artistica? Ecco, lo si fa salire appoggiandolo da dietro e gli si applica questo tubo, che è un vagina artificiale. Dopo pochi minuti il seme è raccolto: da una boccetta ce ne è abbastanza per ingravidare cinque o sei cavalle».
➣ E lo vendete. «Ogni provetta viene impacchettata in una scatola con del ghiaccio. E spedita al compratore».
➣ Quanto costa? «Cinquanta euro più spedizione».
➣ Solo? «Aspetti. Il pagamento vero viene fatto alla nascita del puledro: se tutto va a buon fine il prezzo è di 12 mila euro più Iva».
➣ Quanti figli ha Varenne?
«In Italia, per legge, può fecondare al massimo 150 cavalle l’anno. In tutto il mondo credo che siano nati qualcosa come 2100 baby Varenne».
➣ Jacopo, domanda inevitabile. Quante volte Varenne diciamolo romanticamente ha fatto l’amore? Sì, insomma, con quante cavalle vere si è accoppiato? Perché quello sguardo? «Nessuna. Varenne non è mai stato con una cavalla e mai ci starà».
➣ Ah. Ma non è una scelta crudele? «Sì, capisco che per chi non è del settore lo sembri: ai tempi Giorgio Tosatti scrisse che siamo degli aguzzini. Ma per i cavalli il sesso è diverso, è meno romantico». | Alessandro Dell’Orto, Libero, 19 marzo 2017
Bold Eagle
L’ultimo fenomeno. «Le petit Varenne», nientemeno: se il 43enne allenatore francese Sébastien Guarato, campione dei trainer nel 2014 (162 centri e 5 milioni vinti) e 2015 (164 successi e 7,2 milioni) continuava a chiamare così il suo trottatore Bold Eagle, un motivo doveva pur esserci. E il cavallo francese di 5 anni lo ha spiegato ieri a tutto il mondo disintegrando di mezzo secondo a Parigi il record di 95 edizioni del Prix d’Amerique (media di 1’11”4 al km sui 2.700 metri) per la gioia del «signor Mc Donald’s» in Francia, cioè del suo proprietario svizzero Pierre Pilarski, licenziatario oltralpe di molti fast food della catena. Un’impresa doppiamente leggendaria: perché Bold Eagle a distanza di appena quattro anni imita il padre Ready Cash che già aveva vinto la corsa-faro del trotto mondiale nel 2011 e 2012. | Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 1 febbraio 2016
Jean-René Gougeon
L’uomo dei record. Ha vinto 8 Amérique come driver guidando Roquépine (1966, 1968), Bellino II (1975, 1976, 1977) e Ourasi (1986, 1987, 1988)
Alessandro Finn
Il primo mago driver. Alessandro Finn era un mago del trotto, fuggito dalla Russia portandosi dietro dieci cavalli, arrivato a Milano nel 1921 per rimanere in via definitiva. Guidava, vinceva come nessuno. Sei Grand Prix d’Amerique tra il 1924 e il ’51, il cronometro in mano, da far scattare ogni quarto di miglio, una rivoluzione tecnica nell’allenamento dei trottatori. Piccolo, i baffetti a incudine, un cuore grande così. Le sue gesta hanno percorso i viali di San Siro per decenni, c’era chi giurava tenesse da qualche parte un sacchetto pieno di diamanti sottratti alla Rivoluzione.
Prendeva il tram a piazzale Lotto. Al bigliettaio lasciava una mancia pari al costo di 10 biglietti. Pari al costo di 70 biglietti. Pari al costo del tram. Le cifre variavano in relazione al narratore. Il tram, invece, sempre quello. Pieno di gente, alle 13.30, con il giornale, inteso come Trotto Sportsman, sotto il braccio, già letto e studiato per ore al bar. Diretti, tutti, all’ippodromo, per vedere sgambare i cavalli, prima di “mettere su”, completata l’ultima verifica. “Mettere su la rebonza”, il malloppo, tutti i soldi “compresi i bambini”. Durante la guerra il tragitto rischiava di diventare più lento. Suono delle sirene, un allarme inconfondibile. Il tram si fermava. Minuti, quarti d’ora, in una frenesia crescente. Sino a quando qualcuno si rivolgeva in dialetto al conducente: «Andiamo, tanto non bombardano». | Giorgio Terruzzi, Icon, giugno 2015
La prima donna a vincere. Ina ed Helen, dunque, al traguardo di un “Amérique” che farà epoca: Scot, la cavallina che viene dal freddo ed Helen, la prima donna che partecipa ad un Amérique e lo vince, così stabilendo due record prestigiosi (l’esordio e la prima vittoria in Amérique) che non potranno mai più essere battuti. Nella loro scia, sul traguardo, una terza femmina, Vourasie. …. È stato il marito di Helen Ann, Kjell Dahlstrom, ad incoraggiare e ad esigere che fosse lei, Helenn – una figurina fragile, elegante – a guidare in corsa Ina Scot, in un gran premio tremendamente difficile con trottatori che sono guerrieri e trottatrici che assomigliano ad amazzoni, di carattere piuttosto virile. … Sulla pista nera di carbone, Helen Anne Johansson ha guidato magistralmente. Ha condotto la sua Ina, dietro le ruote del sulky della grossa Vourasie e lì l’ha accompagnata. … Sulla retta d’arrivo, la torma si era aperta come una pesca. Helen aveva agitato le redini e il frustino. Sostenuta da braccia divenute immediatamente d’acciaio, strattonata da un immaginario elastico, irresistibile progrediva vertiginosamente Ina Scot. Formidabile Helen! Vinceva la sua Ina, bella e perfida. | Mario Fossati, 30 gennaio 1995
Uno dei grandi cantori dell’ippica. Come ci insegnò il poeta Luigi Gianoli, nuvoletta rosa della nostra vita giornalistica, i cavalli parlano. Bisogna entrare nel loro vocabolario. Ben pochi ci riescono. L’impareggiabile Gianoli una volta si spinse al punto da intervistare Ribot. Un servizio serio e soprattutto vero. | Candido Cannavò, la Gazzetta dello sport, 28 gennaio 2001
Il suo addio. Nitriti nella navata. La chiesa di San Giovanni Bono sembrava trasformata in ippodromo. Ed eleganti fantasmi si protendevano sopra la bara, scuotendo la criniera al vento dei ricordi: Cavaliere d’Arpino e Ribot, Tornese e Sirlad, Crevalcore e Cogne, insieme ai suoi cavalli Terrificante, Burik, Alclad. Luigi Gianoli, il grande giornalista, l’uomo che incantava i cavalli, se n’è andato in un silenzio trapunto di zoccoli e di sospiri. Una cerimonia funebre semplice e singolare. … Non c’era nemmeno un allenatore, né un guidatore, né un solo fantino che pure Gianoli con la sua penna magica ha reso immortali. Gianoli amava la solitudine. Dalla sua bara di noce, certo, ha tenuto in non cale quelle diserzioni. Facendo roteare la sua intelligenza affilata come una lama di Toledo avrebbe detto con un sorriso: nemmeno Ulisse era ai funerali di Omero. Intorno alla bara strepitosi sussurri. … Si poteva udire il frinire delle ruote e lo stridio dei freni oltre il traguardo. E lo sbuffare dei cavalli al dissellaggio, quando anche il sole saluta. | Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 19 settembre 1998